Il tempo immobile e il tempo della coscienza

“Quando sorge in te l’impressione di stare perdendo tempo, impara a distinguere il tempo immobile dal tempo della coscienza. Il tempo immobile è il tempo senza durata, che trascorre nella mente. Un tipico esempio di tempo immobile è il tempo trascorso a lavoro. Anche se la mente ti fa credere di star attraversando un tempo composto da ore, secondi, minuti, quello che trascorre è l’illusione del tempo. Così tu credi di star sprecando la tua esistenza, mentre, in realtà, ciò che stai sprecando è l’opportunità di capire perché ti ritrovi in un’illusione. Il tempo della coscienza è il tempo che procede così lentamente da permetterti di fare tutto quello che ti pare con una tranquillità che prima di allora non credevi possibile. È il tempo del possibile, il tempo del risveglio, il tempo in cui il tuo Sé scorre nell’eternità. Solo colui che ha abbandonato il timore di sprecare tempo, vive il tempo della coscienza, e ad ogni respiro acquista forza ed energia necessarie per esplorare con occhi vigili la realtà in un caleidoscopio di istanti infiniti.”

Irene Belloni

Il sussurro degli alberi

“Sapete che gli alberi parlano? Essi lo fanno! Parlano tra di loro e loro vi parleranno se solo li ascoltate. Il guaio dei bianchi è che loro non ascoltano! E così non hanno mai ascoltato gli indiani come non ascoltano le altre voci della natura. Ma vi assicuro, gli alberi mi hanno insegnato molto: sul tempo, sugli animali, sul Grande Spirito.”

Tatanga Mani Assiniboine

Limitless

“Verrà un giorno che l’uomo si sveglierà dall’oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo… L’uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo”.

Giordano Bruno

Waking Life

 

Un uomo e una donna parlano della vita dopo la morte (Film: Waking Life)
Uomo: Continuo a pensare a una cosa che hai detto. Hai detto che spesso ti senti come se stessi osservando la tua vita dal punto di vista  di una vecchia in punto di morte.
Donna: Sì, a volte mi sento ancora così. Come se stessi rivedendo la mia vita, come se i suoi ricordi fossero il mio stato di coscienza.
Uomo: Sì esattamente. Ho sentito dire che Tim Leary poco prima di morire, disse che aspettava con ansia il momento in cui il suo corpo sarebbe morto ma il cervello sarebbe rimasto in vita. Sai che dicono che l’attività cerebreale continua per 6-12 minuti dalla morte del corpo? E un secondo di coscienza onirica, un solo secondo, è infinitamente più lungo di un secondo da svegli.
Donna: Ah sì altroché. Per esempio, mi sveglio e sono le 10 e 12, poi mi rimetto a dormire e faccio questi sogni lunghi, bellissimi che sembrano durare ore. E invece, mi risveglio e sono le 10 e 13.
Uomo: Sì esatto! E quindi in quei 6-12 minuti di attività cerebrale, potrebbe esserci tutta la tua vita, voglio dire, tu sei quella vecchia che sta rivedendo ogni singola cosa.
Donna: Anch’io pensavo ad una cosa che hai detto. Quando hai parlato della reincarnazione e dell’arrivo delle nuove anime. Ci sono tante persone che sono convinte di essere la reincarnazione di Cleopatra, o di Alessandro Magno, e mi viene voglia di dire loro che sono solo degli stronzi qualunque. Insomma è possibile? Pensaci un attimo. La popolazione mondiale è raddoppiata, negli ultimi 40 anni giusto? Perciò se bisogna credere davvero a quella teoria dell’anima eterna che trasmigra, c’è solo il 50% di probabilità che la tua anima abbia più di 40 anni. E addirittura, una probabilità su sei che abbia più di 150 anni.
Uomo: Cioè vuoi dire che la reincarnazione non esiste? Che siamo tutte anime giovani e che la metà di noi è solo al primo giro, questo vuoi dire?
Donna: No quello che cerco di dire è che secondo me la reincarnazione è solo un’espressione poetica del concetto di memoria collettiva. Mi ricordo di aver letto l’articolo di un biochimico un po’ di tempo fa, e lui spiegava che quando nasce un elemento di una determinata specie, ha un miliardo di anni di ricordi da cui attingere, ed è così che noi ereditiamo i nostri istinti.
Uomo: Sì mi piace! È come se ci fosse una grande rete telepatica e tutti noi ne facessimo parte, in modo cosciente o meno. E questo spiegherebbe anche il perché di questi progressi apparentemente spontanei in tutto il mondo, sia nell’arte che nella scienza! Ti ritrovi con gli stessi risultati dappertutto, indipendentemente dalle differenze. C’è un tipo al computer che trova una soluzione e quasi simultaneamente, in altri parti del mondo, altri che trovano la stessa soluzione! […] È come se telepaticamente, ci scambiassimo le nostre esperienze.

Il nomadismo contemporaneo

“Per quanto generoso e legittimo possa essere, il fatto d’attribuire troppa importanza ai malesseri del mondo non è, in generale, il modo migliore di cogliere il dinamismo del paradosso in atto e per comprendere la creatività specifica dei valori nascenti”.

Michel Maffesoli Del nomadismo. Per una sociologia dell’erranza

Se vogliamo soffermarci a criticare la società osservandone soltanto gli aspetti negativi, allora non ci dobbiamo stupire se la quotidianità è per noi fonte di insoddisfazione. Forse con una mutamento di prospettiva possiamo incominciare ad osservare il panorama attuale come un periodo caratterizzato da un diverso rapporto nei confronti dell’altro e del mondo. Maffesoli utilizza i termini nomadità e tribalismo per indicare il fenomeno silenzioso che attraversa la postmodernità. Chi è l’errante? L’errante è una persona solitaria, ma non isolata, che partecipa realmente o virtualmente di una comunità vasta e informale, e intuisce l’impermanenza di ogni cosa ed essere vivente, ritualizzando “quella grande impermanenza di cui la morte è espressione compiuta”[1]. La flânerie implica la ricerca di sé nel quadro di una comunità umana, dove i valori spirituali sono una conseguenza dell’avventura collettiva.

Le tribù presenti nel Web diventano così i luoghi dove è possibile uscire da sé e connettersi con l’altro, entrando allo stesso tempo “in comunicazione con le forze cosmiche”[2], poiché, come spiega Maffesoli, la nostra fuga verso l’altro sembra avere origine da una sorta di marcia verso le stelle, “una forma di richiamo all’infinito che sorge in modo regolare e non capriccioso, ma sempre assolutamente imprevedibile”[3]. L’errante è una persona dalle molteplici identità, imprevedibile, che non si rinchiude nel territorio individuale trasformandolo in una prigione felice. Al contrario si pone in cammino alla ricerca di una fusione comunitaria, alla ricerca dell’altrove trasportando con sé i sogni dell’umanità, poiché solo attraverso l’unione con il prossimo, egli può dire di esistere, e solo riflettendo sul comportamento degli altri esseri umani, può comprendere se stesso.

Le flâneur, c’est moi!


[1] Maffesoli Michel, Del nomadismo. Per una sociologia dell’erranza, Milano, FrancoAngeli, 2000, p.45.

[2] Ivi, p. 136.

[3] Ivi, p. 109.