Carl Gustav Jung

“Come tutti i simboli, gli eventi sincronistici hanno la funzione di rendere conscio l’inconscio. L’originalità del contributo di Jung alla psicologia consiste nel presupposto che l’inconscio non sia semplicemente un serbatoio di ‘resti’ personali, se così vogliamo chiamarli (cose accadute che non ricordiamo più o che addirittura ci sforziamo di dimenticare e di rimuovere), ma un magazzino psichico del genere umano. Questo magazzino, che Jung definì “inconscio collettivo”, contiene una raccolta di simboli che condividiamo con gli altri esseri umani e dei quali siamo quasi sempre all’oscuro, se non in circostanze o condizioni mentali particolari. I contenuti di questo livello dell’esistenza, e cioè i modelli, le situazioni e i simboli che costituiscono l’inconscio collettivo, sono quelli che Jung definì “archetipi”.

L’idea che condividiamo con altri individui certi modi di pensare, di sentire e di immaginare determinate cose mi è sembrata facile da capire e da immaginare. Come potrebbe essere altrimenti? Forse che non tutti abbiamo un padre e una madre? Forse che non tutti viviamo l’esperienza della nascita, dell’infanzia, della vecchiaia e, per finire, della morte? Forse che non esistono delle costanti che vanno oltre l’esperienza e la cultura di un individuo, oltre il tempo e lo spazio, le quali fanno di noi degli esseri umani e sono perciò condivise da tutti gli uomini? Di questi modelli, che formano gli archetipi dell’inconscio collettivo, alcuni vengono sperimentati in forma di tipi individuali, come ad esempio la figura del vecchio saggio, dello stregone, della fanciulla, dell’eterno bambino oppure di divinità maschili  e femminili, di demoni e di angeli della mitologia e della teologia. Tuttavia alcuni archetipi, anzichè comparire in forma di figure, rappresentano piuttosto situazioni ed esperienze tipiche: la crescita, l’esperienza della totalità, il sentirsi lacerati da un conflitto irrisolvibile, la perdita dell’innocenza, in raggiungimento dell’unione estatica con Dio; e forse, grazie agli eventi sincronistici, anche questi archetipi “di situazioni” affioreranno alla coscienza.

Le storie che viviamo, le storie che il carattere simbolico degli eventi sincronistici fa affiorare alla nostra coscienza, sono dunque in un certo senso mitiche. Eppure quanti si pensano come personaggi di una storia o come figure che incarnano un mito? L’insolito verificarsi di una sincronicità serve a orientare la nostra sensibilità verso questa dimensione sacra e simbolica dell’esistenza quotidiana. Perchè, allora, così tanti di noi resistono a tale modo di pensare? Perchè mai vogliamo screditare o ignorare la storia che stiamo vivendo?

Forse si può rispondere sostenendo che il contatto diretto con l’inconscio collettivo è un’esperienza così potente da mettere spesso in pericolo noi  e la nostra visione del mondo. Un archetipo somiglia  a una forza naturale, un modello percettivo tanto radicato che quando diviene dominante sono poche le persone in grado di conservare intatte le proprie percezioni individuali. Così, mentre dobbiamo vigilare affinchè il  nostro io non ostacoli un’esperienza completa degli eventi archetipici, facendo di noi individui otttusi che cercano di controllare la propria vita interiore, quello stesso io può rivelarsi lo strumento che consentirà di non essere travolti dal simbolismo archetipico con tutta la sua ricchezza, la sua meraviglia e il suo potere. Ancora una volta, l’elemento più importante per tentare di capire la base archetipica della storia della nostra vita è la capacità di riflettere simbolicamente sull’esperienza. Se è presente questa capacità di riflettere sull’esperienza, operando una distinzione tra ciò che è specifico di ognuno di noi come individuo e ciò che abbiamo in comune con gli altri, il verificarsi di eventi sincronistici, di sogni e di storie potrà arricchire e approfondire la consapevolezza di appartenere al genere umano.

Per semplificare, il simbolismo di una sincronicità ci mostra che in una certa fase della storia della nostra vita è possibile riscontrare l’esistenza di un collegamento con tutti gli esseri umani”.

Robert H. Hopcke Nulla succede per caso – Le coincidenze che cambiano la nostra vita

Tutte le persone che incontriamo hanno un messaggio per noi

“Secondo il Manoscritto, nessuno incontro avviene per caso: chiunque attraversi il nostro cammino ha una ragione per farlo, oltre che un messaggio per noi. E’ di vitale importanza ricordarsi di rimanere vigili in modo da riconoscere le persone con cui serve entrare in connessione. Il Manoscritto ci suggerisce di stare attenti a eventuali contatti visivi spontanei con gli estranei, o una insolita sensazione di famigliarità nei loro confronti. Una persona può ricordarci qualcuno che conosciamo, e questa intuizione è una traccia che spinge a esplorare il significato di tale contatto. Che cosa può dirci questa persona in merito alle nostre difficoltà? Se conversiamo con un individuo incontrato per caso senza trovare nelle sue parole nessun messaggio relativo alle nostre problematiche attuali, ciò non vuole necessariamente dire che non ce ne siano. Significa semplicemente che non siamo riusciti a scoprirlo subito”.

Citazione tratta dal film La profezia di Celestino

Teddy e lo specchio magico

C’era sempre stato qualcosa in lui che lo faceva desistere dal desiderio di guardarsi allo specchio.

    Sin da quando era piccolo, ovunque andasse, controllava con debita cura la presenza dell’oggetto temuto. Se entrava in un negozio con i genitori, vi passava accanto cercando di osservare fisso di fronte a sé per non entrare in contatto con la realtà impressa. Aveva sempre pensato che il riflesso che vi veniva rappresentato fosse distante da ciò che era. Provava un certo imbarazzo ad osservare la sua immagine riflessa come se dall’altra parte ci fosse stato qualcuno a contemplarlo, in attesa di carpirne i segreti sottesi.

      Tutto era cominciato all’età di nove anni. Si trovava a casa da solo e, passando accanto al grande specchio ovale del salotto, aveva visto apparire di sfuggita un’ombra. Si era fermato di colpo e aveva rivolto lo sguardo all’alone che compariva sopra alla sua testa, impresso nella realtà dello specchio. Una proiezione di immagini si susseguiva senza sosta attorno a lui come un’aureola in movimento che vibrava in un caleidoscopio di rappresentazioni a lui estranee.

     In quel frangente di tempo la sua mente aveva smesso di pensare, rapita dall’insolita visione. Era rimasto immobile, in balia delle emozioni, con gli occhi fissi, rapiti dalla fugacità degli eventi che si susseguivano in uno spazio fluido e insondabile. Il suo respiro era divenuto di colpo irregolare e affannoso. Sul volto era apparsa un’espressione di stupore. La testa gli girava vorticosamente. Ricordava che mentre stava per avvicinare l’indice destro alle immagini, un timore reverenziale per una logica nascosta lo fece improvvisamente rabbrividire. Decise così di evitare di toccare lo specchio con qualsiasi parte del proprio corpo e di affidarsi all’orsacchiotto Teddy.

      «Teddy non ha paura di nulla. Lui mi protegge e lo farà anche ora. Se Teddy lo tocca, lo tocco anch’io. Però prima lui» – aveva pensato tra sé e sé.

     Si era accovacciato per raccogliere l’amico e lo aveva avvicinato con esitazione in direzione dell’immagine che raffigurava lo scontro di una bicicletta contro la portiera di un’auto. Non appena il peluche aveva toccato la superficie dai contorni sfumati, una forza magnetica lo aveva attirato verso di sé. D’un tratto un vortice si era impadronito dell’amico trasportandolo all’interno della realtà dello specchio. Le immagini erano così scomparse repentinamente da sopra la sua testa e si era ritrovato scaraventato a terra, con lo sguardo terrorizzato.

      Quella era stata l’ultima volta in cui si era guardato allo specchio. Non aveva mai fatto parola a nessuno di quello che era accaduto quel pomeriggio a lui e a Teddy. Ogni tanto ripensava all’amico, immaginandoselo vestito come il piccolo principe, in viaggio verso pianeti inesplorati, alle prese con vecchi re solitari assetati di potere, vanitosi dai cappelli bizzarri, ubriaconi attorniati da bottiglie vuote, uomini d’affari indaffarati a contare le stelle, lampionai intenti ad illuminare il mondo senza sosta e geografi seduti di fronte a scrivanie ricolme di fogli.

     Erano passati all’incirca vent’anni dall’incidente. La sua vita era andata avanti, anche senza Teddy, e aveva cercato di dimenticare l’esperienza, trasformandola in un’invenzione, un’illusione scaturita dalla mente di un bambino. Quando ripensava a quel pomeriggio, la ricostruzione operata dalla memoria lo portava a concludere che era stato tutto frutto di un sogno. Per quanto riguardava la perdita di Teddy, la ragione lo aveva condotto a credere di averlo smarrito per strada mentre viaggiava in bicicletta in direzione del campetto. Teddy era finito in strada ed era stato raccolto da un bambino che lo aveva portato a casa e accudito.

      Ciò nonostante ogni tanto si ripresentavano alla mente, sotto forma di ricordi, le immagini che erano comparse sopra alla sua testa. Esse sembravano contenere istantanea dopo istantanea tutta la sua esistenza. Sebbene pensasse di averle dimenticate, esse continuavano a vivere in lui. Talvolta alcuni eventi o persone che aveva intravisto in quel fatidico giorno allo specchio si ripresentavano nel suo reale come se fosse stato lui il personaggio principale della trama sottesa. Da alcuni mesi gli capitava sempre più spesso di provare delle sensazioni di dejà-vu. Si ritrovava in determinate situazioni, incontrava talune persone, visitava luoghi sconosciuti e un’intensa sensazione di già visto, di già vissuto, di già incontrato si impadroniva di lui.

     Quella mattina, uscendo di casa, si recò con un’insolita gioia a lavoro. Sapeva che qualcosa di determinante sarebbe successo. Sebbene fosse solito prendere l’auto per andare a lavoro, decise di recarsi in bicicletta e di passare per la via che era apparsa in una delle immagini che precedevano la scomparsa di Teddy attraverso lo specchio. Una volta svoltato l’angolo, uno scontro improvviso lo scaraventò a terra. Si alzò frastornato, con il ginocchio dolorante e una donna lo soccorse improvvisamente. Il viso preoccupato della donna metteva in risalto i lineamenti sottili e le guance arrossate, gli occhi sgranati lo fissavano intensamente. Di colpo cominciò a parlare animatamente.

     – Oddio! Non so come sia successo. Ho aperto la portiera e non c’era nessuno. Poi lei è sbucato da quel vicolo e… Non so come sia successo. Sta bene? Chiamo la Croce Rossa. Mi attenda qui. Prendo il cellulare e arrivo.

     – No. Sto bene. Non mi sono rotto niente. Non se ne vada, la prego, – disse l’uomo con un sorriso stampato in faccia.

     – Come dice? Ma Lei deve farsi vedere. Mi attenda qui e… – rispose la donna con aria preoccupata.

     – Stia qui con me, – disse l’uomo con voce dolce e pacata.

     La donna lo fissò imbarazzata, scossa da un tremito impercettibile. L’uomo si alzò e si sedette con la donna sul ciglio della strada. Uno scintillio dorato attraversava i loro occhi. Rimasero in silenzio ad osservare in una lunga cogitazione i fili invisibili ai quali erano stati intrecciati i loro destini. Di colpo, l’uomo si alzò e vide dall’altro lato della strada un orsacchiotto di pezza.