I tre capelli d’oro

“Una volta, una notte nera e profonda, una di quelle notti in cui la terra è nera e gli alberi paiono mani rugose e il cielo è di un blu profondo, un vecchio attraversava barcollando un bosco, mezzo accecato dai rami degli alberi che gli graffiavano la faccia. In una mano teneva una piccola lanterna. La candela nella lanterna mandava una luce sempre più fioca. L’uomo aveva lunghi capelli gialli, denti gialli e unghie ricurve e gialle. Era tutto curvo, e la schiena era arrotolata come un sacco di farina. Era tanto segnato dalle rughe che la pelle pendeva a pieghe e falde dal mento, dalle ascelle e dalle anche.
Si afferrava a un albero e poi avanzava un poco, poi si afferrava a un altro albero e riprendeva il cammino, e così andava avanti nel bosco. Tutte le ossa dei piedi gli dolevano e bruciavano come fuoco. I gufi sugli alberi stridevano insieme alle sue giunture mentre si spingeva avanti nell’oscurità.

In lontananza si scorgeva una piccola luce tremolante, una casetta, un fuoco, un posto per riposare, e faticosamente si diresse verso quella piccola luce. Quando arrivò alla porta era così stanco, esausto, la piccola luce della lanterna si spense e il vecchio crollò contro la porta.
Dentro c’era una vecchia seduta vicino ad un fuoco ruggente, e gli corse accanto, lo raccolse nelle sue braccia e lo portò accanto al fuoco. Lo tenne tra le braccia come una madre tiene il suo bambino. Si sedette sulla sua sedia a dondolo e lo cullò. Eccoli, il povero fragile vecchio, un mucchietto di ossa, e la forte vecchia che lo cullava avanti e indietro. E lo cullò per tutta la notte, e verso l’alba era diventato un uomo molto più giovane, un bellissimo uomo dai capelli d’oro e dalle forti membra. E lei continuava a cullarlo.
Stava per spuntare l’alba, la vecchia si affrettò a strappare tre capelli dalla testa del bambino e le gettò sulle mattonelle, e cadendo produssero un suono cristallino.
E il bimbetto che teneva tra le braccia scivolò giù dal suo grembo e corse alla porta. Si voltò un attimo a guardare la vecchia, le sorrise di un sorriso luminosissimo, poi si volse e volò in cielo per diventare lo splendido sole del mattino.”

Clarissa Pinkola Estés

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Il cuore più bello del mondo

“C’era una volta un giovane in mezzo a una piazza gremita di persone; diceva di avere il cuore più bello del mondo, o quantomeno della vallata. Tutti quanti glielo ammiravano: era davvero perfetto, senza alcun minimo difetto.
Erano tutti concordi nell’ammettere che quello era proprio il cuore più bello che avessero mai visto in vita loro, e più lo dicevano, più il giovane s’insuperbiva e si vantava di quel suo cuore meraviglioso.

All’improvviso spuntò fuori dal nulla un vecchio, che emergendo dalla folla disse: “Beh, a dire il vero, il tuo cuore è molto meno bello del mio”.
Quando lo mostrò, aveva puntati addosso gli occhi di tutti, della folla e del ragazzo.

Certo, quel cuore batteva forte, ma era ricoperto di cicatrici. C’erano zone dalle quali erano stati asportati dei pezzi e rimpiazzati con altri, ma non combaciavano bene, così il cuore risultava tutto bitorzoluto. Per giunta, era pieno di grossi buchi dove mancavano interi pezzi. Così tutti quanti
osservavano il vecchio, colmi di perplessità, domandandosi come potesse affermare che il suo cuore fosse bello.

Il giovane guardò com’era ridotto quel vecchio e scoppiò a ridere: “Starai scherzando! – disse – confronta il tuo cuore col mio, il mio è perfetto, mentre il tuo è un rattoppo di ferite e lacrime.”

“É vero! – ammise il vecchio – il tuo ha un aspetto assolutamente perfetto ma non farei mai a cambio col mio.Vedi, ciascuna ferita rappresenta una persona alla quale ho donato il mio amore: ho staccato un pezzo del mio cuore e gliel’ho dato, e spesso ho ricevuto in cambio un pezzo del loro
cuore, a colmare il vuoto lasciato nel mio cuore. Ma, certo, ciò che dai non è mai esattamente uguale a ciò che ricevi e così ho qualche bitorzolo, a cui però sono affezionato: ciascuno mi ricorda l’amore che ho condiviso. Altre volte invece ho dato via pezzi del mio cuore a persone che non mi hanno
corrisposto, questo ti spiega le voragini. Amare è rischioso, certo, ma per quanto dolorose siano queste voragini che rimangono aperte nel mio cuore, mi ricordano sempre l’amore che ho provato anche per queste persone… e chissà, forse un giorno ritorneranno e magari colmeranno lo spazio che
ho riservato per loro. Comprendi, adesso, che cosa sia il vero amore?”
Il giovane era rimasto senza parole, e lacrime copiose gli rigavano il volto. Prese un pezzo del proprio cuore, andò incontro al vecchio, e gliel’offrì con le mani che tremavano. Il vecchio lo accettò, lo mise nel
suo cuore, poi prese un pezzo del suo vecchio cuore rattoppato e con esso colmò la ferita rimasta aperta nel cuore del giovane. Ci entrava, ma non combaciava perfettamente, faceva un piccolo bitorzolo.
Poi il vecchio aggiunse:
Se la nota musicale dicesse: “Non è la nota che fa la musica…” non ci sarebbero le sinfonie.
Se la parola dicesse: “Non è una parola che può fare una pagina…” non ci sarebbero i libri.
Se la pietra dicesse: “Non è una pietra che può alzare un muro…” non ci sarebbero case.
Se la goccia d’acqua dicesse: “Non è una goccia d’acqua che può fare un fiume…” non ci sarebbero gli oceani.
Se l’uomo dicesse: “Non è un gesto d’amore che può rendere felici e cambiare il destino del mondo…” non ci sarebbero mai né giustizia, né pace, né felicità sulla terra degli uomini.

Dopo aver ascoltato, il giovane guardò il suo cuore, che non era più il cuore più bello del mondo, eppure lo trovava più meraviglioso che mai perché l’amore del vecchio ora scorreva dentro di lui.”

 

Un sogno chiamato Amore

Gli occhi di Eve brillavano come diamanti in un oceano opalescente.

      La guardava da lontano, avvicinarsi verso di lui con passo leggero. I loro sguardi penetravano la vastità della notte.

     Adam era fermo di fronte al piccolo porticciolo, ad attenderla da alcune ore, vestito con un abito bohemien dai colori sgargianti. Portava un cappello nero e un fiore all’occhiello. Guardò di sfuggita l’orologio d’oro che teneva al polso per controllare l’ora e fu scosso da un brivido improvviso.

     «Il quadrante… Le lancette… Non ci sono le lancette… » – commentò tra sé e sé.

     «Un attimo ma… Come è possibile! Quando sono uscito di casa, l’orologio segnava…».

      Di colpo una violenta emozione gli si dipinse sul viso.

     «In realtà… Io non ricordo affatto di essere uscito da casa».

      Eve era a pochi metri da lui. Indossava un abito orientale bianco con ampie maniche, ricamato ai bordi con del pizzo nero. Gli andò incontro con passo deciso. Una pace serena illuminava il suo viso.

      Adam spalancò gli occhi, meravigliato e la salutò con un cenno della testa. Aprì le braccia non appena Eve fu davanti a lui, per accoglierla. La donna si lasciò andare tra le sue braccia e fu investita improvvisamente da un senso di leggerezza. Era come se le loro anime  fossero vicine da tempo, in attesa della loro ricongiunzione sul piano fisico. Di colpo si sentì invasa da una calma assoluta.

     – Eve ti attendo da molto – le sussurrò Adam all’orecchio.

     Le loro mani erano intrecciate in un vortice luminescente.

     – Non appena mi hai chiamato, ti ho raggiunto. Forse il tuo orologio non funziona, – rispose Eve, guardandolo, come ipnotizzata.

     Adam guardò l’orologio e vide che mancavano ancora le lancette.

     «Non è possibile! Credevo che sarebbero tornate!», pensò tra sé.

      – Guarda! – disse Adam, mostrandole l’orologio.

      – Cosa? – rispose Eve, sorpresa.

      – Le lancette?

      – Cosa sono le lancette?

      – Mi stai prendendo in giro?

     Eve lo guardò stupita, in silenzio. Sul suo volto apparve un’espressione di perplessità.

     – Le lancette dell’orologio per segnare le ore e i minuti.

     – Qui non esistono le lancette, solo un quadrante dove vi è riflesso il tempo della coscienza.

     – Come sarebbe a dire “qui non esistono le lancette”?

     – Sei in un altro piano spazio-temporale. Non saprei come spiegartelo. Immagina di essere nel mondo dei sogni, nel mondo dove tutto è possibile, anche l’impossibile.

     – E come calcoliamo le ore, i minuti?

     – Il tempo è una struttura mentale creata per bloccare la nostra fantasia… Abbatti il concetto-tempo e otterrai la libertà. Tu ed io siamo il prodotto di un sogno, un sogno chiamato Amore.

     Eve gli prese la mano e incominciò a correre.

     – Seguimi…

     Gli occhi di Adam brillarono, e il suo cuore si aprì. Come rapito da un suono ancestrale che lo ricollegava alla sua essenza divina, si lasciò trasportare nel mondo del continuo-infinito-presente.

     Eve si fermò nei pressi del molo che conduceva all’immensità del mare. La sua lunghezza si estendeva oltre la vista dei due, raggiungendo un orizzonte sconfinato. I loro respiri erano l’uno il riflesso dell’altro. Tutto il loro essere vibrava nel sempiterno vagare di un’onda spumeggiante. Le mani erano unite in un intreccio dorato.

     Eve osservava in contemplazione il flusso di energia attraversare i loro corpi.

     – Qui ogni cosa è possibile, anche volare. Ti fidi di me? – chiese Eve con voce dolce.

     – Sì, mi fido di te, – rispose Adam con voce elegante.

     – Ora lasciati fluire nella tua essenza e abbandona ogni ricordo. Corri con me lungo il molo, e vinci tutte le tue paure. Noi possiamo volare.

      Adam esitò un istante, poi si girò verso Eve e le fece un sorriso radioso.

     – Sono pronto.

      I due si strinsero la mano e incominciarono a correre lungo il molo. I loro corpi erano attraversati da una brezza serica che, a poco a poco, li sollevò a mezz’aria. Il mondo di sotto appariva ai loro occhi sempre più distante, un minuscolo punto geometrico sommerso da nuvole cangianti.

      Più salivano, più aumentava in loro il desiderio di congiunzione. I corpi fremevano a contatto l’uno dell’altro. Un’estasi dionisiaca soggiaceva nell’iride dei loro occhi.

     Adam strinse a sé Eve e incominciò a baciarla con ardore. Un impeto fomentava le mani degli amanti che raggiungevano  i reciproci sessi, fonti zampillanti di ebbrezza. I respiri sensuali e i gemiti investivano il cosmo di un campo di energia luminosa,  riversando nell’etere una Terza Forza. I corpi dei due si unirono in un’elevazione dell’essere e suadenti spasmi attraversarono le loro anime, perse in una sublime estasi d’Amore. Il volo cresceva a contatto con il rapimento dei sensi. Erano angeli del firmamento, il Sole e la Luna di una fusione alchemica.

     Una tempesta magnetica irruppe nel cielo. Un fulmine li investì di colpo, attraversando i corpi dei due divenuti Uno. Si risvegliarono nudi in un giardino edenico, accanto ad un imponente albero.

     – Dove siamo? – chiese Adam, gli occhi leggermente socchiusi.

     – Al principio, ci troviamo nel luogo da cui siamo partiti. Siamo oltre la dualità, ora siamo partecipi dell’Uno, – rispose Eve, accarezzandogli i capelli.

     D’un tratto una luce abbagliante li investì e da lontano scorsero un angelo che li stava raggiungendo.

    

      Il suono di una sveglia invase l’etere. Le flebili pareti dell’oniricità furono travolte dall’inconsistenza del Reale.

      Eve si svegliò di soprassalto e spense il cellulare. Una sensazione di benessere cullava il suo corpo come un vascello trasportato negli anfratti di un mare voluttuoso.

      «Stavo solo sognando…», pensò.

      Il ricordo del viaggio estatico si aggirava come uno spettro invisibile nella mente.

      «Eppure sembrava così reale. Più reale di questa coperta o di tutto ciò che mi circonda…».

      Si rigirò nel letto, intenzionata a dormire ancora per alcuni minuti. D’un tratto una piuma d’angelo posata sul cuscino illuminò con il suo riflesso perlato il viso di Eve. Un senso di piacere e calore dilatò il cuore della donna. Chiuse gli occhi, un leggero sorriso fluttuò sul suo viso. Si addormentò, in attesa di ricongiungersi con il suo Sposo, che l’attendeva oltre la terza dimensione: suo dedalo opalescente di mistica bellezza. 

     

Rosazza e l’incontro con il mondo di sopra

Un capannone di dimensioni colossali sovrastava Alice. Da ogni parte sbucavano persone, a piedi, o su piccole geep. Di colpo si avvicinò una signora con un camice bianco e degli occhiali appoggiati sul naso, guardandola come se fosse una piccola creatura impaurita.

     – Ti sei persa piccola? – disse la donna.

     – Veramente no. Sono qui per accedere al sistema.

     – Hai più di 20 anni?

     – Certo, sono al secondo anno di università, – rispose Alice, mostrandole la sua ID.

     – Vieni pure.

     All’interno vi era un buio spettrale. Passarono per un corridoio illuminato a neon in cui vi erano numerose porte da cui ogni tanto uscivano donne in lacrime, uomini sorridenti e ragazze ilari, seguiti da scienziati che si guardavano attorno con aria circospetta. Vi era un odore acre e pungente. Alice si fermò perplessa ed attonita. Cosa stava facendo? Cosa le era saltato in mente di recarsi in quel luogo! La dottoressa notò l’incertezza.

     – Può sempre andarsene! Nessuno la obbliga! – disse la donna con tono seccato.

     – No. Proseguiamo. È solo che… Stavo pensando… – rispose Alice, raccogliendo il libro che le era caduto all’improvviso di mano.

     – Ci risiamo. Tutti vengono qua, vogliono accedere al sistema e poi, incominciano a pensare ai pro, ai contro. La mente umana…

     – Lei non ha alcun diritto di rivolgersi a me in questo modo! Lei non sa cosa ho dovuto sopportare! – esclamò Alice, chinandosi a terra e singhiozzando.

     – Senta signorina, mi spiace davvero. Non volevo offenderla! E solo che ogni giorno si recano in questo laboratorio più di 1000 persone e per noi il programma è la normalità. Mi scuso di cuore! Se vuole, la porto nella stanza contemplativa così avrà tutto il tempo di decidere e riflettere.

     – No, sono venuta qui per il sistema. Mi conduca nell’area che mi è stata riservata.

     – Come vuole signorina, ci siamo quasi. Ancora pochi passi e poi l’immersione. Mi raccomando non cerchi di cambiare nulla di quello che è stato. Il sistema non ammette errori.

     L’area era sormontata da leghe di metallo e silicio. Il neon delle luci rifletteva un colore argentato, a tratti blu, ad altri violetto. In mezzo vi era un sedile, sospeso nel vuoto, sul quale fu fatta adagiare Alice. Ai lati, vi erano lastre fotografiche. Scariche di energia venivano rilasciate nell’area attraverso un sistema di computerizzazione comandato da tre uomini. Un suono metallico e acuto proveniva dall’alto. La sua eco rimbombava nello spazio.

     Un fragore violento fece di colpo sussultare Alice. Strinse al petto il libro, si trattava de Il processo di  Franz Kafka. Si guardò intorno con la coda dell’occhio. La paura si stava ripresentando. Era certa che l’orrore del rivedere l’amato l’avrebbe spinta in un baratro infernale.

    

Si ritrovò seduta su di una panchina in un parco giochi. Era a Rosazza, considerato il luogo più misterioso d’Italia, un piccolo borgo progettato e costruito da Federico Rosazza Pistolet e dall’inseparabile amico Giuseppe Maffei, i quali dedicarono la loro vita all’edificazione di un’autentica città celeste. Ricordava molto bene ogni cosa, tutto sembrava così reale. A breve l’avrebbe raggiunta l’amato. Da lontano vide avvicinarsi Emanuele, vestito con un completo da uomo nero, una giacca ed un cappello a cilindro bianchi.

     – Emanuele mio dolce sei tu! – gridò.

     Non poteva sentirla. La salutò con un bacio sulla guancia e si sedette vicino a lei, sulla panchina, nel verde. Le montagne sullo sfondo avvolgevano i due in un caldo abbraccio, sollevando i loro sguardi verso l’infinito sentiero eterico che li collegava al cosmo.

     – Sono felice di rivederti. Sei sempre più bella, – disse Emanuele, guardandola intensamente negli occhi.

     Le mostrò un pacco regalo.

     – Ti ho portato un pensierino.

     Alice sorrise, una lacrima le attraversò il viso. Emanuele non era in grado di vederla. Scartò il pacco e vi trovò ciò che già si aspettava.

     – Non dovevi, davvero. Mi metti in imbarazzo, – disse. – Non ci posso credere. Il castello di Franz Kafka. Ho finito di leggere qualche ora fa Il processo. Guarda, ce l’ho qua con me. Lo sai, mi sento pervasa da un’enigmaticità esistenziale. Tutto mi appare assurdo.

     – Assurdo? E se quello che noi riteniamo assurdo non fosse altro che il depositario del senso complessivo dell’esistenza? Il tribunale, il castello nei romanzi di Kafka. Noi, nella realtà che ci attornia.

     Finse uno sguardo pensieroso. Voleva abbracciarlo e stringerlo a sé ma sapeva che non poteva farlo. Nulla doveva essere cambiato. Il sistema non avrebbe permesso intrusioni di alcun tipo.

     – Perché hai voluto incontrarmi in questo luogo dopo così tanto tempo? – chiese Alice.

     – Perché questo luogo è suggestivo e magico. Non hai notato i simboli esoterici che caratterizzano le costruzioni? Per esempio, la svastica, la stella a cinque punte, la scala a pioli bianchi di fronte alla casa parrocchiale, le rose, l’edera che ricopre i pilastri, la clessidra…

    

      – Cosa simboleggiano?

     –  La vita, la morte, il tempo, la conoscenza, la vastità, l’infinito. Sono simboli intrisi di potere, mi piace considerarli come dei messaggi criptici che collegano le realtà parallele all’universo.

     – Molto interessante. Non sapevo ti interessassi di occultismo o di esoterismo.

     – Vieni, – disse Emanuele, prendendole la mano.

     La sua mano era calda, febbricitante. Si era immaginata una plasticità, una mancanza di vivacità e colorito. Si lasciò così trasportare fino al punto preciso verso il quale Emanuele la stava conducendo.

     Un bagliore illuminò l’area. La ricostruzione mentale del luogo la persuadeva della realtà della visione. Si trovava con Emanuele nel cimitero del paese, abbarbicato sulla montagna. Attorno vi regnava una natura incontaminata e selvaggia. Un ponte di pietra e marmo, al di sotto del quale vi era un corso d’acqua, collegava il cimitero alla terra ferma. Vari simboli catturavano l’attenzione di Emanuele.

    

     – Non ti sembra un po’ macabro!  – chiese la ragazza, perplessa.

     – No, non lo è. Chi l’ha costruito credeva nella metempsicosi. Voglio farti veder una cosa.

     Le mostrò la scritta presente sull’arca posizionata al di sopra del cancello.

IVI UNA VITA È TERMINATA,

UN’ALTRA INCOMINCIA

FRUTTO DELLE OPERE NOSTRE

 

     – La morte è la porta verso il Senso, – affermò Emanuele, guardandola intensamente negli occhi.

     – Quale senso? La morte è priva di senso.

     – Se un bambino ti chiedesse perché si muore cosa gli risponderesti?

     Alice abbassò lo sguardo. Si ricordava molto bene la risposta.

     – Perché tutto è un gioco effimero e la vita è fugace come l’alba, – gli disse sorridendogli.

     – Io gli risponderei… Per continuare a vivere.

     Non entrarono all’interno del cimitero per rispetto dei morti. Si fermarono davanti al cancello e ne osservarono la maestosità. Una clessidra, attraversata da arbusti e fiori, era dipinta sulle due porte centrali. Si ergeva su radici e dava vita nella parte superiore a rose incantevoli. Davanti alla porta vi era disegnato un mezzo sole da cui si dipanavano cinque raggi. Ogni cosa era intrisa di magia e significato. Emanuele si avvicinò a Alice.

     – Voglio farti vedere un antico castello. È qui vicino. È da tempo che desidero entrarci, ma mi è sempre stata negata l’entrata.

     Si incamminarono mano nella mano, mentre tutto lentamente si dissolveva dietro di loro.

    

Un flash-back preceduto da un lampo di luce folgorò Alice. L’immagine tridimensionale di Emanuele era accanto a lei. Si trovava nei pressi del castello. Non era antico sebbene l’estetica ne tradisse la storia. Era stato costruito a fine Ottocento da Federico Rosazza Pistolet, senatore del Regno, maestro venerabile della massoneria biellese e membro della Giovane Italia di Mazzini. Una torre guelfa dominava la visione sul paese sottostante. Vi erano finti colonnati ed architravi dai colori accesi. Le murature erano sbrecciate e al centro del giardino vi era un pozzo. Secondo i più era un pozzo senza fondo che conduceva nel regno della magia. Si diceva che un uomo vi avesse fatto ritorno ed avesse acquisito poteri sovrannaturali. Per accedere al giardino occorreva passare attraverso un cancello. Un donna dai lineamenti grotteschi controllava l’accesso negando l’entrata ai molti. Al di sopra del cancello vi era un arco simile a quello di Volterra. Tre teste di valigiane si ergevano con una stella a cinque punte tra i capelli.

     Giunti dinnanzi al castello, Emanuele le indicò il cancello.

     – Proviamo ad entrare? – chiese il ragazzo sotto voce.

     – Vai prima tu! – rispose Alice.

     Emanuele si avvicinò al cancello, seguito da Alice. La donna-guardiano li guardò impassibile per alcuni minuti senza dire nulla. Poi, afferrata la chiave, la infilò nella serratura e li fece entrare.

     – Dopo di voi devo chiudere, non può più entrare nessuno, – affermò la donna.

     Alice riconobbe quella frase. Il processo di Kafka. Nel momento in cui Joseph K. si reca al suo primo interrogatorio ed entra in una delle stanze del tribunale, una donna chiude la porta dietro di lui utilizzando le medesime parole. Ne era certa. Chissà se aveva un’attinenza con tutto quello che era successo dopo il loro incontro! Nel frattempo Emanuele stava osservando la bellezza del luogo, e non appena vide lo sguardo preoccupato di Alice, si avvicinò incuriosito.

     – Ti senti in colpa? – le domandò.

     – In colpa? Per cosa? – gli rispose con sdegno.

     – Daniele. Lui è a Londra a lavorare e tu… Tu sei qua. Con me!

     Alice non si ricordò precisamente la risposta che gli aveva dato in quell’occasione. Decise così di cambiare e dirgli ciò che allora gli aveva nascosto, sebbene sapesse che un minimo cambiamento poteva compromettere il sistema.

     – In verità… Daniele è andato a Londra non solo per lavorare! Ha conosciuto una ragazza in chat e…

     Emanuele svanì per un istante. Un rumore assordante rimbombò nell’etere. Una scintilla attraversò il viso dell’amato. Un silenzio vertiginoso catturò la sua figura. Di colpo Alice ricordò la frase che aveva utilizzato.

     – Non mi ritengo colpevole. È una faccenda da nulla. Preferisco non parlarne, – esclamò Alice preoccupata.

     – D’accordo, – rispose.

     Alice tirò un sospiro di sollievo. Era riuscita a salvare il sistema. A quanto pareva, non si transigevano variazioni.

     Camminarono sotto i portici del castello. Un colore rosso vivo si stagliava sulla parete della palazzina. Si fermarono in prossimità del pozzo.

     – Qual è la tua più grande paura? – le chiese Emanuele, mentre le cingeva la vita con il braccio.

     – L’oblio. Non posso sopportare di dimenticare quello che è stato, le esperienze vissute, le persone incontrate.

     – Lo sai è proprio per questo che l’uomo teme la morte!

     – Tu non la temi? – domandò Alice scostandosi un poco. Nella sua mente pensava alla morte improvvisa dell’amato, a cosa avrebbe potuto fare per evitarla. Emanuele la guardava fisso negli occhi.

     –  Io temo la nequizia. Temo la falsità. Temo il vero Amore.

     – Come puoi temere ciò che non conosci?

     – Io ti conosco.

     – Nessuno conosce il vero Amore. E nemmeno la Verità!

     – Ricerchi la verità?

     – Se solo esistesse!

     – La verità è un affare contingente, è individuale. Non esiste una verità universale. Ognuno deve ricercare la sua Verità.

     Alice lo guardò desiderando ardentemente di tenerlo stretto a sé per sempre. Sapeva che non avrebbe potuto farlo. A breve, ogni cosa si sarebbe persa. Emanuele. Il loro amore. Il ricordo.

     – Tutto ciò non ha senso, – gli disse, abbassando lo sguardo.

     – Il castello ci ha accolto. Ogni cosa d’ora in poi avrà senso. Noi, il nostro incontro, il passaggio sulla Terra nel quale sostiamo per breve tempo, – le prese le mani. – Gli incontri non sono mai fortuiti. Non sono generati dal caso, ma dalle nostre scelte. Dovevamo incontrarci! Tu volevi incontrarmi! Non posso dimenticare quella prima sigaretta condivisa assieme al parco…

     – È vero… Volevo incontrarti… Ma perché?

     Alice si rese conto che stava per arrivare la fine. Questa sarebbe stata l’ultima volta in cui l’avrebbe visto accanto a sé, in cui avrebbe potuto abbracciarlo. Emanuele era morto poco dopo il loro incontro in un incidente automobilistico mentre stava tornando a casa. I suoi ultimi ricordi prima di morire erano stati fissati nella memoria del sistema. Per mezzo della tecnologia HOLOGRAM LOZKY, inventata dallo scienziato Francis Lozky, era possibile aver accesso alle ultime ore di vita del morto per mezzo di lastre fotografiche impressionate dalle figure di interferenza, prodotte mediante l’olografia. Nell’area adibita comparivano le immagini e i suoni immagazzinati dalla mente negli ultimi istanti, più precisamente nelle ultime 3 ore, ed il corpo e la  fisicità si rimaterializzavano per mezzo di un sistema innovativo che dava plasticità e veridicità all’immagine tridimensionale.

     Il suo utilizzo era dapprincipio riservato ai casi di omicidi, morti sconosciute e suicidi. Poi, la tecnologia fu resa disponibile anche ai non addetti ai lavori dal momento in cui le persone vennero a conoscenza della possibilità di rivedere il proprio caro, di osservarlo davanti a sé, ripercorrendo gli ultimi istanti della sua esistenza. Vi erano due modalità differenti: essere testimoni dei ricordi (utile soprattutto nel campo della scientifica) o rivivere gli ultimi istanti con la persona a patto di essere stati effettivamente con quella persona prima della sua morte. Infatti, l’unico aspetto al quale bisognava attenersi consisteva nel non cercare di cambiare e forzare le cose, poiché si poteva incombere in un vero e proprio corto circuito. Tutto era registrato nella mente. Anche solo un minimo cambiamento poteva provocare la morte della persona che si trovava nel sistema a causa di un surriscaldamento delle lastre che accelerava la potenza dell’immagine, scaricando sull’ospite una corrente elettrica di 1000 watt.

     Era l’ultima frase. Ora Emanuele stava per rispondere alla sua domanda, dopodichè l’avrebbe baciata intensamente togliendole il fiato. Doveva fermarlo. Non poteva lasciarlo andare di nuovo via.

     – Per comprendere insieme la chiave di tutti i misteri, – disse Emanuele dolcemente, prendendola tra le braccia.

     Alice lo guardò intensamente negli occhi.

     – Non te ne andare. Non voglio perderti un’altra volta.

     La sua frase provocò un lampo fulmineo. Stava andando contro alla procedura. L’immagine di Emanuele divenne evanescente.

     – Emanuele non te ne andare!

    Ad un tratto gli occhi di Emanuele si fecero più profondi. Il suo corpo e la sua mente sembravano non fossero più comandati da una macchina. Un boato forte e cupo fece tremare la terra sotto di loro. Un fumo denso e soffocante li avvolse.

     – Non avere paura! Ci rincontreremo Alice. Ricordati la scritta presente sull’arca, – le disse sorridendo.

     Il programma non aveva previsto una presa di coscienza da parte del sistema. Il loro inseguire il senso complessivo dell’esistenza li aveva condotti alla manipolazione della realtà, dello spazio e del tempo. Attorno ai due si dipanavano scintille dai colori luminescenti. Di colpo due fiamme roventi si levarono nell’area e, come due lingue intrecciate di un falò incandescente, si sollevarono verso l’etere cosmico. Una scarica elettrica colpì improvvisamente la ragazza. La morte la raggiunse all’istante per condurla dove Emanuele la stava attendendo. Un’altra vita si stava per profilare all’orizzonte dei due, frutto di un amore sconfinato.

Irene Belloni

Il dono della prospettiva

Un uomo brusco e infedele le aveva da poco spezzato il cuore.

     Modernità, seduta sulla panchina di un giardino nel bel mezzo di una Firenze rinascimentale, si guardò attorno rapidamente e balzò in piedi.

     – Se solo avessi tra le mani quel gradasso di Medioevo, gli farei vedere io quello di cui sono capace, – disse incurvando le labbra.

     – Mi sedusse con poesie e poemi, paragonandomi ad un essere sublime e irraggiungibile, ed io decisi di accettare il suo amore in cambio della protezione. Ci sposammo, ci amammo e … Mi lasciò dopo cinque anni. Già, proprio così, mi abbandonò per una giovane cortigiana… E lo chiamano Amor Cortese! – esclamò, in preda ad una rabbia violenta.

     Modernità si sedette in silenzio, senza un movimento né un battito di ciglia. Si staccò da quei pensieri che le corrodevano l’animo e alzò davanti a sé uno sguardo altero.

     Ad un tratto percepì nello spazio che la attorniava un’ inusuale materialità. Un senso prospettico della realtà aveva imprigionato il suo occhio. Gli alberi, il prato e il cielo erano nel suo campo visivo come prima, ma avevano una profondità e un rilievo maggiori. Le forme tridimensionali racchiuse nella visione le provocarono una lieve sensazione di svenimento.

     – Se solo riuscissi a trovare un modo per smettere di pensare a lui, allontanandomi come se niente fosse accaduto, – sospirò.

     – Se solo riuscissi a vedere il mondo con nuovi occhi, sotto una nuova prospettiva.

     Le labbra della donna si stirarono in un sorriso incerto. Tornò con lo sguardo ad osservare il paesaggio. Nei suoi occhi c’era una luce particolare.

     L’occhio della donna pareva essersi trasformato di colpo in uno specchio. Luccicava irradiando l’ambiente circostante. Nel riflesso vagavano frammenti di pensiero sconnessi. Una tormenta di idee rappresentò nello spazio linee orizzontali che convogliavano verso un punto focale.

     Modernità si levò in piedi cercando di afferrare gli elementi che si erano materializzati nel suo campo visivo. Prese le linee che correvano parallele una ad una e le poggiò a terra. Non appena toccarono il suolo, si trasformarono in piccoli pennelli e matite.

     All’improvviso vide che sopra ad ognuna compariva una scritta.

     – Centralità umana dell’universo, – lesse sulla prima.

     – Progresso, – lesse sulla seconda.

     – Rivoluzioni scientifiche e sociali, – lesse sulla terza, agitata dall’emozione.

     Restò per alcuni secondi a contemplare gli oggetti, cercando di trovare un senso a quello che stava avvenendo. Non conosceva il significato delle parole, eppure sentiva nel profondo del cuore che dal momento in cui aveva cominciato a pronunciarle qualcosa era cambiato. Quello che non sapeva era che sarebbero state loro a determinare la storia di lì a breve.

     Modernità continuò a leggere ad alta voce le parole presenti sulle matite e i pennelli. La mano sceglieva ciò che il fato suggeriva, lasciandosi guidare dalla sottile aura che pareva illuminare l’oggetto non appena le dita vi si avvicinavano.

     – Razionalizzazione della vista.

     – Riforma protestante.

     – Perdita di centralità della fede.

     – Scoperta del Nuovo Mondo.

     – Senso di accentrato egoismo.

     – Colonizzazione.

     – Guerre.

     – Perdita del senso del sacro.

     – Illuminismo.

     – Capitalismo.

     Di colpo Modernità appoggiò a terra uno dei pennelli, si levò in piedi e vide luccicare ad una certa distanza uno strano oggetto che sembrava sorvolare su uno degli alberi posti all’orizzonte.

     – Ma certo, deve essere il punto verso il quale convogliavano le linee, – esclamò rischiarandosi in volto.

      Estrasse dal suo baule da viaggio gli articoli da toeletta che portava sempre con sé e vi mise i pennelli e le matite. Lo nascose sotto l’erba accanto ad un albero d’acacia, simbolo del passaggio dall’ignoranza alla conoscenza nella cultura egizia, e si avviò verso la direzione del punto, canticchiando con voce sommessa.

     Arrivata in prossimità, si avvicinò al punto nero e vide racchiuso un ritratto in cui vi erano rappresentati quattro uomini, tre dei quali di profilo, mentre il terzo, in abito arancione, volgeva lo sguardo verso sinistra. Afferrò il dipinto in miniatura e lo mise in tasca.

     D’un tratto vide camminare nel giardino un uomo, vestito con una lunga casacca grigia e un copricapo nero, in vita aveva una fusciacca di seta rossa annodata su un lato. L’uomo si guardava in giro come in cerca di qualcosa. Non appena incontrò lo sguardo di Modernità, le andò appresso. Man mano che si avvicinava, notò una certa familiarità nei tratti del suo viso. Estrasse il dipinto dalla tasca. Guardò l’uomo e poi il ritratto. Gettò ancora uno sguardo all’uomo e tornò al ritratto. Alla destra del dipinto si trovava proprio lui.

     Di colpo capì cosa doveva fare.

     Fece segno all’uomo di fermarsi e di attenderla lì. Corse verso l’albero di acacia e prese con sé il piccolo baule. Si diresse ansante verso l’uomo e gli porse l’oggetto.

     – Che cos’è? – chiese l’uomo sorpreso.

     – Un dono, – rispose Modernità con uno scintillio dorato negli occhi.

     – Un dono? Ma Lei chi è? – chiese l’uomo sgranando gli occhi.

     – Il mio nome è Modernità.

     – Lieto di conoscerla, – disse l’uomo facendo un inchino. – Filippo di ser Brunellesco Lapi, anche detto Brunelleschi.

     Modernità si profuse in espressioni di letizia. Poi lo salutò e gli volse le spalle. L’uomo rimase a fissarla con in mano il baule, sorridendo amabilmente. Di colpo la donna smise di camminare e si girò verso di lui.

     – Non abbia timore di osservare il mondo sotto una nuova prospettiva, – disse con voce pacata.

     A poco a poco Modernità si dileguò nella realtà tridimensionale impressa dall’occhio dell’uomo.

Irene Belloni

Il Pitro Lunare

Da lassù il mondo vibrava riflettendo la sua immensità nel cosmo e fiammelle di vita si innalzavano nell’atmosfera mentre rivolte al suo cospetto, formavano nell’universo un’autostrada lunare.

     Abitava nei pressi del Bacino Polo Sud-Aitken sulla faccia nascosta della Luna. Non ricordava da quanto tempo vivesse lì, né il motivo per cui un giorno si ritrovò seduto al centro di un enorme cratere meteoritico con un frammento di roccia lunare tra le mani. Lui non era nessuno, non possedeva un nome e non ricordava di averne mai avuto uno. Dopo aver osservato la crosta lunare che rifletteva la costellazione del Drago per ore e ore, d’un tratto fu come paralizzato dallo stupore. Di colpo capì quale era il suo ruolo nella vita. Come il Drago è posto a guardia del giardino delle Esperidi per proteggere l’albero dai preziosissimi pomi d’oro, il suo compito sarebbe stato quello di custodire i segreti racchiusi nella Luna.

      Si alzò in piedi repentinamente e, gettando con veemenza in aria il frammento di roccia lunare nella vastità del nulla, gridò a squarciagola:

      – Sono il Guardiano della Lunaaa…

      L’eco si propagò nell’universo.

      – Una… una… una…

      Il piccolo frammento lunare cadde a pochi metri da lui, rompendosi in mille pezzi. Si avvicinò curiosamente e prendendone una scheggia tra le mani, si rese conto che quell’oggetto era parte di sé. Lo avvicinò con occhi increduli al proprio corpo e notò che sia il colore sia la composizione erano le medesime. Frastornato dalla visione, scoppiò a ridere fragorosamente e si soffermò per alcuni minuti a contemplare la propria mano. Era di colore bianco e vi comparivano al suo interno dei cristalli quadrati allungati. Si mise a camminare a cerchi concentrici all’interno di un cratere ricoperto da una miniera di ghiaccio e nella sua mente cominciò poco alla volta a germogliare un pensiero.

      «Sono parte della Luna. Ecco perché non mi ricordo come sono arrivato qui. Lei mi ha generato. E lo ha fatto perché necessitava di un Pitro Lunare posto a guardia dei suoi segreti», pensò tra sé e sé, lasciandosi scivolare sul ghiaccio con estrema leggerezza.

      Di colpo urlò a squarciagola.

      – Sono un Pitro Lunareeee…

      Neanche il tempo di riprendere la voce che un terremoto fece oscillare improvvisamente la crosta lunare per alcuni minuti. Di colpo tutto incominciò a svanire sotto ai suoi piedi, la vista si annebbiò e cadde a terra svenuto. Quando si svegliò, scoprì di trovarsi nella parte visibile della Luna. Non si era mai reso conto che era sempre vissuto nel profondo buio. La luce era accecante e si coprì con le mani gli occhi. Si sedette ai piedi di un pendio lungo e diritto, tentando di abituarsi a poco a poco alla luce. Incominciò ad aprire prima un occhio e poi l’altro. La luce penetrò con delicatezza nell’iride grigio dell’occhio sinistro. D’un tratto un lampo di luce proveniente da uno dei crateri della Luna rifletté nella valle l’immensità dell’universo.

      Rimase fermo ad osservare sopra di sé tutte le costellazioni che gravitavano attorno alla Luna, poi abbassò gli occhi e il suo stupore passò ogni limite. D’un tratto vide una piccola sfera blu costellata da punti bianchi. Fece un sorriso radioso come quello di un bambino che riceve il dono tanto ambito il giorno di Natale. Trasse un profondo respiro e, rapito dalla soavità del colore bianco e azzurro che rifletteva la sfera, sentì una sensazione di pace e armonia inondargli l’animo. Rimase a fissare la Terra per alcune ore quando di colpo cadde addormentato ai piedi del pendio.

     Si risvegliò dopo alcune ore e la prima cosa che fece fu rivolgere lo sguardo alla Terra. Era notte. Da lassù il mondo appariva come una palla infuocata rossiccia. Piccole ed esili fiammelle vi danzavano al di sopra, e la punta di ognuna sembrava allungarsi, cercando di  raggiungere l’infinito del cosmo. I suoi occhi brillarono leggermente, trattenendo la visione che si profilava all’orizzonte della Luna. Di colpo una voce familiare mai udita prima lo sorprese. Dalla sua bocca uscì un sospiro stroncato.

     – Ciò che stai vedendo è chiamata “Alba dei sogni”, – disse una voce di donna calda e sensuale.

     – Alba dei sogni? Ehi, aspetta un attimo. Ma tu chi sei? – rispose il Pitro, asciugandosi il sudore sulla fronte di roccia lunare.

     – Sono tua madre, Luna, – disse la voce.

     Il Pitro Lunare fece un rumore a metà tra il gemito e il sussurro.

     – Ma…

     – Figliolo mio, tutte quelle fiammelle rappresentano delle persone.

     – Persone? – domandò il Pitro con faccia interrogativa.

     – Sono esseri umani che abitano la Terra.

     – E sono così pochi laggiù?

     – Quelle poche fiammelle rappresentano le persone che hanno ancora voglia e tempo per contemplarci. Sai figliolo, una volta il mondo era meno popolato, ma ogni essere umano di notte passava del tempo ad osservare il firmamento. Oggi la popolazione è aumentata a dismisura, ma, come vedi dal numero di fiammelle, in pochi credono ancora in noi. In pochi credono ancora al potere dei Sogni.

     – Il potere dei Sogni? – domandò il Pitro sgranando gli occhi.

     – Già, perché solo coloro che osservano la maestosità dell’universo dalla Terra, perdendosi con lo sguardo a mirare le stelle, la luna, i pianeti, credono ancora nei Sogni. I sogni della Luna.

     – I sogni della Luna?

     – Mio piccolo Pitro, tu custodisci i miei segreti. Questi segreti sono in realtà sogni. Sogni che tu devi donare alle piccole fiammelle che si innalzano verso di noi. Non appena una delle lingue delle fiammelle esce dall’atmosfera terrestre, il tuo compito è di prendere una manciata di frammenti lunari di cui sono cosparsa e lanciarli nella sua direzione.

       Mentre la Luna gli dava istruzioni su come comportarsi, l’attenzione del Pitro fu catturata improvvisamente da una fiammella che si innalzava dalla Terra con vigore e lucentezza. Di colpo si alzò, raccolse con le mani delle minuscole parti di crosta lunare e le lanciò con entusiasmo in direzione della fiamma.

     Nell’universo una polvere di frammenti lunari viaggiava alla velocità della luce. Trasportava con sé i sogni dell’umanità.

 

Irene Belloni

Il cartello nel deserto del Mojave

 

Mi sono ritrovata di fronte a innumerevoli cartelli nei miei tragitti nel mondo, ma mai nessuno aveva attirato in tal modo la mia attenzione.

      Era una giornata assolata e guidavo da alcune ore nel bel mezzo del deserto del Mojave in California. Non appena giunsi ad un crocevia, rallentai osservando le indicazioni che contenevano la scritta Los Angeles. D’un tratto un piccolo cartello posizionato al di sotto di tutti gli altri irradiò una luce che mi accecò all’istante. Il cartello non conteneva alcun messaggio. Non dava indicazioni sulla strada da seguire, né vi comparivano frecce o avvertimenti. Osservandolo con occhi indagatori, notai che, come una nuvola, cambiava forma a seconda dei venti. Mi guardai attorno cercando di assicurarmi di non trovarmi in un sogno. Le strade si allungavano oltre lo spazio definito dalla mia coscienza. Non riuscivo a vedere dove terminavano loro e iniziavo io.

     Aprii la porta con fare sospettoso e camminai adagio verso il cartello che continuava a mutare sotto i miei occhi. Una volta raggiunto l’oggetto transiente dai colori turchini vidi che al centro comparivano dei piccoli numeri. Un filo magico aveva intessuto la loro forma che appariva ad occhio nudo come un groviglio di linee eteriche. Mi avvicinai, ipnotizzata dal movimento dei simboli che sembravano roteare su loro stessi. Tutti rappresentavano il numero otto. Allungai il braccio destro per toccarli. La mano vi passò attraverso con un insolito movimento. Scrollai la testa, incredula. Quando aprii il palmo della mano, vidi che vi aleggiava sopra una sostanza impalpabile. Chiusi il palmo e l’immagine fu racchiusa al suo interno. Di colpo il cartello svanì davanti ai miei occhi, lasciandosi trasportare da una raffica di vento che si abbatté improvvisamente nel deserto.

     Con passo fulmineo, mi diressi verso l’auto e mi sedetti al suo interno. D’un tratto mi sovvenne alla mente il significato del numero otto: simbolo dell’infinito e dell’equilibrio cosmico. Chiusi gli occhi e distesi il palmo della mano destra. Un senso di piacere e calore dilatò di colpo il mio cuore. Aprii prima un occhio e poi l’altro e fui rapita dall’insolita visione. Con occhi vitrei, osservai i movimenti della piccola nube che conteneva uno dei numeri mentre si muoveva in ogni direzione all’interno dell’abitacolo. Allungai il braccio e, improvvisamente, si adagiò delicatamente sul mio palmo destro. Mi appoggiai leggermente allo schienale e rimasi a contemplare il dono che mi era stato fatto. Avevo tra le mani un piccolo frammento di cielo. Una parte di Infinito sarebbe rimasta sempre con me.

Irene Belloni