Il primo pensiero della giornata

“Il modo migliore per iniziare ogni giornata è quello di svegliarsi pensando se in questo giorno non si possa dar gioia ad almeno una persona. Se questo valesse a sostituire l’abitudine religiosa alla preghiera, i nostri simili trarrebbero vantaggio da questo cambiamento”.

Friedrich W. Nietzsche

Vendetta o Perdono?

 

Uno dei principi della Fisica che regolano l’intero universo afferma: “A ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”. Da questa sorta di ‘legge universale’ sembra derivare il concetto di vendetta, intesa come necessità psicologica di ristabilire l’equilibrio perduto. Questa funzione psichica sembra essere profondamente radicata nell’anima e nella mente umana, potremmo infatti definirla un’esigenza fisiologica e istintuale. La vendetta viene spesso considerata come l’unica azione che permette di risarcire l’onore dell’offeso. Il termine deriva dal latino vindicta dal nome di una speciale verga con cui il magistrato toccava lo schiavo che doveva essere messo in libertà, per questo motivo il suo significato primario era di rivendicazione, liberazione, ed è coerente con il risultato che la vendetta persegue: la liberazione dall’affanno provocato dal ricordo di un’offesa o di un oltraggio che ci è stato arrecato.Una domanda sorge subito spontanea: si tratta davvero di una liberazione?

     La vendetta viene anche intesa come una ribellione contro l’ingiustizia, se consideriamo le civiltà arcaiche possiamo notare come vendicare un torto subito fosse considerato giusto e lodevole, e in taluni casi era moralmente imprescindibile. Progressivamente la vendetta venne sostituita dalle garanzie dello Stato di diritto e legittimata mediante una forma di giustizia statale, e attraverso leggi astratte e impersonali che permisero all’individuo di vendicarsi non più in maniera diretta, ma per delega. La differenza tra le due consiste nella sicurezza di vittoria e nella sua efficacia. La giustizia personale non sempre garantisce una vittoria certa, si pensi all’immagine dell’eroe o del cavaliere che si batte per vendicare un torto subito per comprendere come, in realtà, questa mitizzazione non faccia parte della natura della vendetta ma si tratti semplicemente di una sua estetizzazione o idealizzazione. Tuttavia, il conformarsi alla vendetta personale conduce il più delle volte all’afflizione fisica e morale, poichè, come sostiene il regista e sceneggiatore Antonio Fichera nel saggio intitolato Breve storia della vendetta, “pone l’individuo in una situazione di pericolo e di sventura.”[1] Se questo è il risultato, perché abbandonarsi all’odio e al desiderio di vendetta? Non sarebbe forse meglio imparare a perdonare? Se proprio non volete farlo per il bene della persona che vi ha arrecato un’offesa, almeno fatelo per il Vostro!!!


[1] Fichera Antonio, Breve storia della vendetta, Roma, Castelvecchi, 2004, p.10.