L’onda vibrazionale del suono – La cimatica del Cuore

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Rosazza e l’incontro con il mondo di sopra

Un capannone di dimensioni colossali sovrastava Alice. Da ogni parte sbucavano persone, a piedi, o su piccole geep. Di colpo si avvicinò una signora con un camice bianco e degli occhiali appoggiati sul naso, guardandola come se fosse una piccola creatura impaurita.

     – Ti sei persa piccola? – disse la donna.

     – Veramente no. Sono qui per accedere al sistema.

     – Hai più di 20 anni?

     – Certo, sono al secondo anno di università, – rispose Alice, mostrandole la sua ID.

     – Vieni pure.

     All’interno vi era un buio spettrale. Passarono per un corridoio illuminato a neon in cui vi erano numerose porte da cui ogni tanto uscivano donne in lacrime, uomini sorridenti e ragazze ilari, seguiti da scienziati che si guardavano attorno con aria circospetta. Vi era un odore acre e pungente. Alice si fermò perplessa ed attonita. Cosa stava facendo? Cosa le era saltato in mente di recarsi in quel luogo! La dottoressa notò l’incertezza.

     – Può sempre andarsene! Nessuno la obbliga! – disse la donna con tono seccato.

     – No. Proseguiamo. È solo che… Stavo pensando… – rispose Alice, raccogliendo il libro che le era caduto all’improvviso di mano.

     – Ci risiamo. Tutti vengono qua, vogliono accedere al sistema e poi, incominciano a pensare ai pro, ai contro. La mente umana…

     – Lei non ha alcun diritto di rivolgersi a me in questo modo! Lei non sa cosa ho dovuto sopportare! – esclamò Alice, chinandosi a terra e singhiozzando.

     – Senta signorina, mi spiace davvero. Non volevo offenderla! E solo che ogni giorno si recano in questo laboratorio più di 1000 persone e per noi il programma è la normalità. Mi scuso di cuore! Se vuole, la porto nella stanza contemplativa così avrà tutto il tempo di decidere e riflettere.

     – No, sono venuta qui per il sistema. Mi conduca nell’area che mi è stata riservata.

     – Come vuole signorina, ci siamo quasi. Ancora pochi passi e poi l’immersione. Mi raccomando non cerchi di cambiare nulla di quello che è stato. Il sistema non ammette errori.

     L’area era sormontata da leghe di metallo e silicio. Il neon delle luci rifletteva un colore argentato, a tratti blu, ad altri violetto. In mezzo vi era un sedile, sospeso nel vuoto, sul quale fu fatta adagiare Alice. Ai lati, vi erano lastre fotografiche. Scariche di energia venivano rilasciate nell’area attraverso un sistema di computerizzazione comandato da tre uomini. Un suono metallico e acuto proveniva dall’alto. La sua eco rimbombava nello spazio.

     Un fragore violento fece di colpo sussultare Alice. Strinse al petto il libro, si trattava de Il processo di  Franz Kafka. Si guardò intorno con la coda dell’occhio. La paura si stava ripresentando. Era certa che l’orrore del rivedere l’amato l’avrebbe spinta in un baratro infernale.

    

Si ritrovò seduta su di una panchina in un parco giochi. Era a Rosazza, considerato il luogo più misterioso d’Italia, un piccolo borgo progettato e costruito da Federico Rosazza Pistolet e dall’inseparabile amico Giuseppe Maffei, i quali dedicarono la loro vita all’edificazione di un’autentica città celeste. Ricordava molto bene ogni cosa, tutto sembrava così reale. A breve l’avrebbe raggiunta l’amato. Da lontano vide avvicinarsi Emanuele, vestito con un completo da uomo nero, una giacca ed un cappello a cilindro bianchi.

     – Emanuele mio dolce sei tu! – gridò.

     Non poteva sentirla. La salutò con un bacio sulla guancia e si sedette vicino a lei, sulla panchina, nel verde. Le montagne sullo sfondo avvolgevano i due in un caldo abbraccio, sollevando i loro sguardi verso l’infinito sentiero eterico che li collegava al cosmo.

     – Sono felice di rivederti. Sei sempre più bella, – disse Emanuele, guardandola intensamente negli occhi.

     Le mostrò un pacco regalo.

     – Ti ho portato un pensierino.

     Alice sorrise, una lacrima le attraversò il viso. Emanuele non era in grado di vederla. Scartò il pacco e vi trovò ciò che già si aspettava.

     – Non dovevi, davvero. Mi metti in imbarazzo, – disse. – Non ci posso credere. Il castello di Franz Kafka. Ho finito di leggere qualche ora fa Il processo. Guarda, ce l’ho qua con me. Lo sai, mi sento pervasa da un’enigmaticità esistenziale. Tutto mi appare assurdo.

     – Assurdo? E se quello che noi riteniamo assurdo non fosse altro che il depositario del senso complessivo dell’esistenza? Il tribunale, il castello nei romanzi di Kafka. Noi, nella realtà che ci attornia.

     Finse uno sguardo pensieroso. Voleva abbracciarlo e stringerlo a sé ma sapeva che non poteva farlo. Nulla doveva essere cambiato. Il sistema non avrebbe permesso intrusioni di alcun tipo.

     – Perché hai voluto incontrarmi in questo luogo dopo così tanto tempo? – chiese Alice.

     – Perché questo luogo è suggestivo e magico. Non hai notato i simboli esoterici che caratterizzano le costruzioni? Per esempio, la svastica, la stella a cinque punte, la scala a pioli bianchi di fronte alla casa parrocchiale, le rose, l’edera che ricopre i pilastri, la clessidra…

    

      – Cosa simboleggiano?

     –  La vita, la morte, il tempo, la conoscenza, la vastità, l’infinito. Sono simboli intrisi di potere, mi piace considerarli come dei messaggi criptici che collegano le realtà parallele all’universo.

     – Molto interessante. Non sapevo ti interessassi di occultismo o di esoterismo.

     – Vieni, – disse Emanuele, prendendole la mano.

     La sua mano era calda, febbricitante. Si era immaginata una plasticità, una mancanza di vivacità e colorito. Si lasciò così trasportare fino al punto preciso verso il quale Emanuele la stava conducendo.

     Un bagliore illuminò l’area. La ricostruzione mentale del luogo la persuadeva della realtà della visione. Si trovava con Emanuele nel cimitero del paese, abbarbicato sulla montagna. Attorno vi regnava una natura incontaminata e selvaggia. Un ponte di pietra e marmo, al di sotto del quale vi era un corso d’acqua, collegava il cimitero alla terra ferma. Vari simboli catturavano l’attenzione di Emanuele.

    

     – Non ti sembra un po’ macabro!  – chiese la ragazza, perplessa.

     – No, non lo è. Chi l’ha costruito credeva nella metempsicosi. Voglio farti veder una cosa.

     Le mostrò la scritta presente sull’arca posizionata al di sopra del cancello.

IVI UNA VITA È TERMINATA,

UN’ALTRA INCOMINCIA

FRUTTO DELLE OPERE NOSTRE

 

     – La morte è la porta verso il Senso, – affermò Emanuele, guardandola intensamente negli occhi.

     – Quale senso? La morte è priva di senso.

     – Se un bambino ti chiedesse perché si muore cosa gli risponderesti?

     Alice abbassò lo sguardo. Si ricordava molto bene la risposta.

     – Perché tutto è un gioco effimero e la vita è fugace come l’alba, – gli disse sorridendogli.

     – Io gli risponderei… Per continuare a vivere.

     Non entrarono all’interno del cimitero per rispetto dei morti. Si fermarono davanti al cancello e ne osservarono la maestosità. Una clessidra, attraversata da arbusti e fiori, era dipinta sulle due porte centrali. Si ergeva su radici e dava vita nella parte superiore a rose incantevoli. Davanti alla porta vi era disegnato un mezzo sole da cui si dipanavano cinque raggi. Ogni cosa era intrisa di magia e significato. Emanuele si avvicinò a Alice.

     – Voglio farti vedere un antico castello. È qui vicino. È da tempo che desidero entrarci, ma mi è sempre stata negata l’entrata.

     Si incamminarono mano nella mano, mentre tutto lentamente si dissolveva dietro di loro.

    

Un flash-back preceduto da un lampo di luce folgorò Alice. L’immagine tridimensionale di Emanuele era accanto a lei. Si trovava nei pressi del castello. Non era antico sebbene l’estetica ne tradisse la storia. Era stato costruito a fine Ottocento da Federico Rosazza Pistolet, senatore del Regno, maestro venerabile della massoneria biellese e membro della Giovane Italia di Mazzini. Una torre guelfa dominava la visione sul paese sottostante. Vi erano finti colonnati ed architravi dai colori accesi. Le murature erano sbrecciate e al centro del giardino vi era un pozzo. Secondo i più era un pozzo senza fondo che conduceva nel regno della magia. Si diceva che un uomo vi avesse fatto ritorno ed avesse acquisito poteri sovrannaturali. Per accedere al giardino occorreva passare attraverso un cancello. Un donna dai lineamenti grotteschi controllava l’accesso negando l’entrata ai molti. Al di sopra del cancello vi era un arco simile a quello di Volterra. Tre teste di valigiane si ergevano con una stella a cinque punte tra i capelli.

     Giunti dinnanzi al castello, Emanuele le indicò il cancello.

     – Proviamo ad entrare? – chiese il ragazzo sotto voce.

     – Vai prima tu! – rispose Alice.

     Emanuele si avvicinò al cancello, seguito da Alice. La donna-guardiano li guardò impassibile per alcuni minuti senza dire nulla. Poi, afferrata la chiave, la infilò nella serratura e li fece entrare.

     – Dopo di voi devo chiudere, non può più entrare nessuno, – affermò la donna.

     Alice riconobbe quella frase. Il processo di Kafka. Nel momento in cui Joseph K. si reca al suo primo interrogatorio ed entra in una delle stanze del tribunale, una donna chiude la porta dietro di lui utilizzando le medesime parole. Ne era certa. Chissà se aveva un’attinenza con tutto quello che era successo dopo il loro incontro! Nel frattempo Emanuele stava osservando la bellezza del luogo, e non appena vide lo sguardo preoccupato di Alice, si avvicinò incuriosito.

     – Ti senti in colpa? – le domandò.

     – In colpa? Per cosa? – gli rispose con sdegno.

     – Daniele. Lui è a Londra a lavorare e tu… Tu sei qua. Con me!

     Alice non si ricordò precisamente la risposta che gli aveva dato in quell’occasione. Decise così di cambiare e dirgli ciò che allora gli aveva nascosto, sebbene sapesse che un minimo cambiamento poteva compromettere il sistema.

     – In verità… Daniele è andato a Londra non solo per lavorare! Ha conosciuto una ragazza in chat e…

     Emanuele svanì per un istante. Un rumore assordante rimbombò nell’etere. Una scintilla attraversò il viso dell’amato. Un silenzio vertiginoso catturò la sua figura. Di colpo Alice ricordò la frase che aveva utilizzato.

     – Non mi ritengo colpevole. È una faccenda da nulla. Preferisco non parlarne, – esclamò Alice preoccupata.

     – D’accordo, – rispose.

     Alice tirò un sospiro di sollievo. Era riuscita a salvare il sistema. A quanto pareva, non si transigevano variazioni.

     Camminarono sotto i portici del castello. Un colore rosso vivo si stagliava sulla parete della palazzina. Si fermarono in prossimità del pozzo.

     – Qual è la tua più grande paura? – le chiese Emanuele, mentre le cingeva la vita con il braccio.

     – L’oblio. Non posso sopportare di dimenticare quello che è stato, le esperienze vissute, le persone incontrate.

     – Lo sai è proprio per questo che l’uomo teme la morte!

     – Tu non la temi? – domandò Alice scostandosi un poco. Nella sua mente pensava alla morte improvvisa dell’amato, a cosa avrebbe potuto fare per evitarla. Emanuele la guardava fisso negli occhi.

     –  Io temo la nequizia. Temo la falsità. Temo il vero Amore.

     – Come puoi temere ciò che non conosci?

     – Io ti conosco.

     – Nessuno conosce il vero Amore. E nemmeno la Verità!

     – Ricerchi la verità?

     – Se solo esistesse!

     – La verità è un affare contingente, è individuale. Non esiste una verità universale. Ognuno deve ricercare la sua Verità.

     Alice lo guardò desiderando ardentemente di tenerlo stretto a sé per sempre. Sapeva che non avrebbe potuto farlo. A breve, ogni cosa si sarebbe persa. Emanuele. Il loro amore. Il ricordo.

     – Tutto ciò non ha senso, – gli disse, abbassando lo sguardo.

     – Il castello ci ha accolto. Ogni cosa d’ora in poi avrà senso. Noi, il nostro incontro, il passaggio sulla Terra nel quale sostiamo per breve tempo, – le prese le mani. – Gli incontri non sono mai fortuiti. Non sono generati dal caso, ma dalle nostre scelte. Dovevamo incontrarci! Tu volevi incontrarmi! Non posso dimenticare quella prima sigaretta condivisa assieme al parco…

     – È vero… Volevo incontrarti… Ma perché?

     Alice si rese conto che stava per arrivare la fine. Questa sarebbe stata l’ultima volta in cui l’avrebbe visto accanto a sé, in cui avrebbe potuto abbracciarlo. Emanuele era morto poco dopo il loro incontro in un incidente automobilistico mentre stava tornando a casa. I suoi ultimi ricordi prima di morire erano stati fissati nella memoria del sistema. Per mezzo della tecnologia HOLOGRAM LOZKY, inventata dallo scienziato Francis Lozky, era possibile aver accesso alle ultime ore di vita del morto per mezzo di lastre fotografiche impressionate dalle figure di interferenza, prodotte mediante l’olografia. Nell’area adibita comparivano le immagini e i suoni immagazzinati dalla mente negli ultimi istanti, più precisamente nelle ultime 3 ore, ed il corpo e la  fisicità si rimaterializzavano per mezzo di un sistema innovativo che dava plasticità e veridicità all’immagine tridimensionale.

     Il suo utilizzo era dapprincipio riservato ai casi di omicidi, morti sconosciute e suicidi. Poi, la tecnologia fu resa disponibile anche ai non addetti ai lavori dal momento in cui le persone vennero a conoscenza della possibilità di rivedere il proprio caro, di osservarlo davanti a sé, ripercorrendo gli ultimi istanti della sua esistenza. Vi erano due modalità differenti: essere testimoni dei ricordi (utile soprattutto nel campo della scientifica) o rivivere gli ultimi istanti con la persona a patto di essere stati effettivamente con quella persona prima della sua morte. Infatti, l’unico aspetto al quale bisognava attenersi consisteva nel non cercare di cambiare e forzare le cose, poiché si poteva incombere in un vero e proprio corto circuito. Tutto era registrato nella mente. Anche solo un minimo cambiamento poteva provocare la morte della persona che si trovava nel sistema a causa di un surriscaldamento delle lastre che accelerava la potenza dell’immagine, scaricando sull’ospite una corrente elettrica di 1000 watt.

     Era l’ultima frase. Ora Emanuele stava per rispondere alla sua domanda, dopodichè l’avrebbe baciata intensamente togliendole il fiato. Doveva fermarlo. Non poteva lasciarlo andare di nuovo via.

     – Per comprendere insieme la chiave di tutti i misteri, – disse Emanuele dolcemente, prendendola tra le braccia.

     Alice lo guardò intensamente negli occhi.

     – Non te ne andare. Non voglio perderti un’altra volta.

     La sua frase provocò un lampo fulmineo. Stava andando contro alla procedura. L’immagine di Emanuele divenne evanescente.

     – Emanuele non te ne andare!

    Ad un tratto gli occhi di Emanuele si fecero più profondi. Il suo corpo e la sua mente sembravano non fossero più comandati da una macchina. Un boato forte e cupo fece tremare la terra sotto di loro. Un fumo denso e soffocante li avvolse.

     – Non avere paura! Ci rincontreremo Alice. Ricordati la scritta presente sull’arca, – le disse sorridendo.

     Il programma non aveva previsto una presa di coscienza da parte del sistema. Il loro inseguire il senso complessivo dell’esistenza li aveva condotti alla manipolazione della realtà, dello spazio e del tempo. Attorno ai due si dipanavano scintille dai colori luminescenti. Di colpo due fiamme roventi si levarono nell’area e, come due lingue intrecciate di un falò incandescente, si sollevarono verso l’etere cosmico. Una scarica elettrica colpì improvvisamente la ragazza. La morte la raggiunse all’istante per condurla dove Emanuele la stava attendendo. Un’altra vita si stava per profilare all’orizzonte dei due, frutto di un amore sconfinato.

Irene Belloni

L’invisibile comunità

“Se tutti pensassimo agli altri e avessimo la sensazione di questa tacita, invisibile comunità, credo che ci capiremmo, i nostri nervi delicati e irrequieti sarebbero capaci di comunicazione e di replica, senza parole potremmo narrarci, per molte tacite miglia notturne, la nostra vita, le nostre pene e le nostre speranze. Potremmo forse piangere su destini a noi estranei, e nel comunicarli, anche i nostri ci sembrerebbero nuovi e graditi. Riscopriremmo in persone sconosciute nessi e intuizioni affiorati anche nella nostra vita, la cerchia si allargherebbe e vedremmo, tesi tra i continenti e le razze, i fili i cui capi credevamo di tenere in mano. Sfiorando questi fili come singole corde di una grande arpa ci poeteremmo una nuova vita, comune e più limpida, e faremmo quei passi verso la conoscenza dell’eterno che da soli non possiamo fare.”

Herman Hesse