Il Pitro Lunare

Da lassù il mondo vibrava riflettendo la sua immensità nel cosmo e fiammelle di vita si innalzavano nell’atmosfera mentre rivolte al suo cospetto, formavano nell’universo un’autostrada lunare.

     Abitava nei pressi del Bacino Polo Sud-Aitken sulla faccia nascosta della Luna. Non ricordava da quanto tempo vivesse lì, né il motivo per cui un giorno si ritrovò seduto al centro di un enorme cratere meteoritico con un frammento di roccia lunare tra le mani. Lui non era nessuno, non possedeva un nome e non ricordava di averne mai avuto uno. Dopo aver osservato la crosta lunare che rifletteva la costellazione del Drago per ore e ore, d’un tratto fu come paralizzato dallo stupore. Di colpo capì quale era il suo ruolo nella vita. Come il Drago è posto a guardia del giardino delle Esperidi per proteggere l’albero dai preziosissimi pomi d’oro, il suo compito sarebbe stato quello di custodire i segreti racchiusi nella Luna.

      Si alzò in piedi repentinamente e, gettando con veemenza in aria il frammento di roccia lunare nella vastità del nulla, gridò a squarciagola:

      – Sono il Guardiano della Lunaaa…

      L’eco si propagò nell’universo.

      – Una… una… una…

      Il piccolo frammento lunare cadde a pochi metri da lui, rompendosi in mille pezzi. Si avvicinò curiosamente e prendendone una scheggia tra le mani, si rese conto che quell’oggetto era parte di sé. Lo avvicinò con occhi increduli al proprio corpo e notò che sia il colore sia la composizione erano le medesime. Frastornato dalla visione, scoppiò a ridere fragorosamente e si soffermò per alcuni minuti a contemplare la propria mano. Era di colore bianco e vi comparivano al suo interno dei cristalli quadrati allungati. Si mise a camminare a cerchi concentrici all’interno di un cratere ricoperto da una miniera di ghiaccio e nella sua mente cominciò poco alla volta a germogliare un pensiero.

      «Sono parte della Luna. Ecco perché non mi ricordo come sono arrivato qui. Lei mi ha generato. E lo ha fatto perché necessitava di un Pitro Lunare posto a guardia dei suoi segreti», pensò tra sé e sé, lasciandosi scivolare sul ghiaccio con estrema leggerezza.

      Di colpo urlò a squarciagola.

      – Sono un Pitro Lunareeee…

      Neanche il tempo di riprendere la voce che un terremoto fece oscillare improvvisamente la crosta lunare per alcuni minuti. Di colpo tutto incominciò a svanire sotto ai suoi piedi, la vista si annebbiò e cadde a terra svenuto. Quando si svegliò, scoprì di trovarsi nella parte visibile della Luna. Non si era mai reso conto che era sempre vissuto nel profondo buio. La luce era accecante e si coprì con le mani gli occhi. Si sedette ai piedi di un pendio lungo e diritto, tentando di abituarsi a poco a poco alla luce. Incominciò ad aprire prima un occhio e poi l’altro. La luce penetrò con delicatezza nell’iride grigio dell’occhio sinistro. D’un tratto un lampo di luce proveniente da uno dei crateri della Luna rifletté nella valle l’immensità dell’universo.

      Rimase fermo ad osservare sopra di sé tutte le costellazioni che gravitavano attorno alla Luna, poi abbassò gli occhi e il suo stupore passò ogni limite. D’un tratto vide una piccola sfera blu costellata da punti bianchi. Fece un sorriso radioso come quello di un bambino che riceve il dono tanto ambito il giorno di Natale. Trasse un profondo respiro e, rapito dalla soavità del colore bianco e azzurro che rifletteva la sfera, sentì una sensazione di pace e armonia inondargli l’animo. Rimase a fissare la Terra per alcune ore quando di colpo cadde addormentato ai piedi del pendio.

     Si risvegliò dopo alcune ore e la prima cosa che fece fu rivolgere lo sguardo alla Terra. Era notte. Da lassù il mondo appariva come una palla infuocata rossiccia. Piccole ed esili fiammelle vi danzavano al di sopra, e la punta di ognuna sembrava allungarsi, cercando di  raggiungere l’infinito del cosmo. I suoi occhi brillarono leggermente, trattenendo la visione che si profilava all’orizzonte della Luna. Di colpo una voce familiare mai udita prima lo sorprese. Dalla sua bocca uscì un sospiro stroncato.

     – Ciò che stai vedendo è chiamata “Alba dei sogni”, – disse una voce di donna calda e sensuale.

     – Alba dei sogni? Ehi, aspetta un attimo. Ma tu chi sei? – rispose il Pitro, asciugandosi il sudore sulla fronte di roccia lunare.

     – Sono tua madre, Luna, – disse la voce.

     Il Pitro Lunare fece un rumore a metà tra il gemito e il sussurro.

     – Ma…

     – Figliolo mio, tutte quelle fiammelle rappresentano delle persone.

     – Persone? – domandò il Pitro con faccia interrogativa.

     – Sono esseri umani che abitano la Terra.

     – E sono così pochi laggiù?

     – Quelle poche fiammelle rappresentano le persone che hanno ancora voglia e tempo per contemplarci. Sai figliolo, una volta il mondo era meno popolato, ma ogni essere umano di notte passava del tempo ad osservare il firmamento. Oggi la popolazione è aumentata a dismisura, ma, come vedi dal numero di fiammelle, in pochi credono ancora in noi. In pochi credono ancora al potere dei Sogni.

     – Il potere dei Sogni? – domandò il Pitro sgranando gli occhi.

     – Già, perché solo coloro che osservano la maestosità dell’universo dalla Terra, perdendosi con lo sguardo a mirare le stelle, la luna, i pianeti, credono ancora nei Sogni. I sogni della Luna.

     – I sogni della Luna?

     – Mio piccolo Pitro, tu custodisci i miei segreti. Questi segreti sono in realtà sogni. Sogni che tu devi donare alle piccole fiammelle che si innalzano verso di noi. Non appena una delle lingue delle fiammelle esce dall’atmosfera terrestre, il tuo compito è di prendere una manciata di frammenti lunari di cui sono cosparsa e lanciarli nella sua direzione.

       Mentre la Luna gli dava istruzioni su come comportarsi, l’attenzione del Pitro fu catturata improvvisamente da una fiammella che si innalzava dalla Terra con vigore e lucentezza. Di colpo si alzò, raccolse con le mani delle minuscole parti di crosta lunare e le lanciò con entusiasmo in direzione della fiamma.

     Nell’universo una polvere di frammenti lunari viaggiava alla velocità della luce. Trasportava con sé i sogni dell’umanità.

 

Irene Belloni

Il cartello nel deserto del Mojave

 

Mi sono ritrovata di fronte a innumerevoli cartelli nei miei tragitti nel mondo, ma mai nessuno aveva attirato in tal modo la mia attenzione.

      Era una giornata assolata e guidavo da alcune ore nel bel mezzo del deserto del Mojave in California. Non appena giunsi ad un crocevia, rallentai osservando le indicazioni che contenevano la scritta Los Angeles. D’un tratto un piccolo cartello posizionato al di sotto di tutti gli altri irradiò una luce che mi accecò all’istante. Il cartello non conteneva alcun messaggio. Non dava indicazioni sulla strada da seguire, né vi comparivano frecce o avvertimenti. Osservandolo con occhi indagatori, notai che, come una nuvola, cambiava forma a seconda dei venti. Mi guardai attorno cercando di assicurarmi di non trovarmi in un sogno. Le strade si allungavano oltre lo spazio definito dalla mia coscienza. Non riuscivo a vedere dove terminavano loro e iniziavo io.

     Aprii la porta con fare sospettoso e camminai adagio verso il cartello che continuava a mutare sotto i miei occhi. Una volta raggiunto l’oggetto transiente dai colori turchini vidi che al centro comparivano dei piccoli numeri. Un filo magico aveva intessuto la loro forma che appariva ad occhio nudo come un groviglio di linee eteriche. Mi avvicinai, ipnotizzata dal movimento dei simboli che sembravano roteare su loro stessi. Tutti rappresentavano il numero otto. Allungai il braccio destro per toccarli. La mano vi passò attraverso con un insolito movimento. Scrollai la testa, incredula. Quando aprii il palmo della mano, vidi che vi aleggiava sopra una sostanza impalpabile. Chiusi il palmo e l’immagine fu racchiusa al suo interno. Di colpo il cartello svanì davanti ai miei occhi, lasciandosi trasportare da una raffica di vento che si abbatté improvvisamente nel deserto.

     Con passo fulmineo, mi diressi verso l’auto e mi sedetti al suo interno. D’un tratto mi sovvenne alla mente il significato del numero otto: simbolo dell’infinito e dell’equilibrio cosmico. Chiusi gli occhi e distesi il palmo della mano destra. Un senso di piacere e calore dilatò di colpo il mio cuore. Aprii prima un occhio e poi l’altro e fui rapita dall’insolita visione. Con occhi vitrei, osservai i movimenti della piccola nube che conteneva uno dei numeri mentre si muoveva in ogni direzione all’interno dell’abitacolo. Allungai il braccio e, improvvisamente, si adagiò delicatamente sul mio palmo destro. Mi appoggiai leggermente allo schienale e rimasi a contemplare il dono che mi era stato fatto. Avevo tra le mani un piccolo frammento di cielo. Una parte di Infinito sarebbe rimasta sempre con me.

Irene Belloni

Teddy e lo specchio magico

C’era sempre stato qualcosa in lui che lo faceva desistere dal desiderio di guardarsi allo specchio.

    Sin da quando era piccolo, ovunque andasse, controllava con debita cura la presenza dell’oggetto temuto. Se entrava in un negozio con i genitori, vi passava accanto cercando di osservare fisso di fronte a sé per non entrare in contatto con la realtà impressa. Aveva sempre pensato che il riflesso che vi veniva rappresentato fosse distante da ciò che era. Provava un certo imbarazzo ad osservare la sua immagine riflessa come se dall’altra parte ci fosse stato qualcuno a contemplarlo, in attesa di carpirne i segreti sottesi.

      Tutto era cominciato all’età di nove anni. Si trovava a casa da solo e, passando accanto al grande specchio ovale del salotto, aveva visto apparire di sfuggita un’ombra. Si era fermato di colpo e aveva rivolto lo sguardo all’alone che compariva sopra alla sua testa, impresso nella realtà dello specchio. Una proiezione di immagini si susseguiva senza sosta attorno a lui come un’aureola in movimento che vibrava in un caleidoscopio di rappresentazioni a lui estranee.

     In quel frangente di tempo la sua mente aveva smesso di pensare, rapita dall’insolita visione. Era rimasto immobile, in balia delle emozioni, con gli occhi fissi, rapiti dalla fugacità degli eventi che si susseguivano in uno spazio fluido e insondabile. Il suo respiro era divenuto di colpo irregolare e affannoso. Sul volto era apparsa un’espressione di stupore. La testa gli girava vorticosamente. Ricordava che mentre stava per avvicinare l’indice destro alle immagini, un timore reverenziale per una logica nascosta lo fece improvvisamente rabbrividire. Decise così di evitare di toccare lo specchio con qualsiasi parte del proprio corpo e di affidarsi all’orsacchiotto Teddy.

      «Teddy non ha paura di nulla. Lui mi protegge e lo farà anche ora. Se Teddy lo tocca, lo tocco anch’io. Però prima lui» – aveva pensato tra sé e sé.

     Si era accovacciato per raccogliere l’amico e lo aveva avvicinato con esitazione in direzione dell’immagine che raffigurava lo scontro di una bicicletta contro la portiera di un’auto. Non appena il peluche aveva toccato la superficie dai contorni sfumati, una forza magnetica lo aveva attirato verso di sé. D’un tratto un vortice si era impadronito dell’amico trasportandolo all’interno della realtà dello specchio. Le immagini erano così scomparse repentinamente da sopra la sua testa e si era ritrovato scaraventato a terra, con lo sguardo terrorizzato.

      Quella era stata l’ultima volta in cui si era guardato allo specchio. Non aveva mai fatto parola a nessuno di quello che era accaduto quel pomeriggio a lui e a Teddy. Ogni tanto ripensava all’amico, immaginandoselo vestito come il piccolo principe, in viaggio verso pianeti inesplorati, alle prese con vecchi re solitari assetati di potere, vanitosi dai cappelli bizzarri, ubriaconi attorniati da bottiglie vuote, uomini d’affari indaffarati a contare le stelle, lampionai intenti ad illuminare il mondo senza sosta e geografi seduti di fronte a scrivanie ricolme di fogli.

     Erano passati all’incirca vent’anni dall’incidente. La sua vita era andata avanti, anche senza Teddy, e aveva cercato di dimenticare l’esperienza, trasformandola in un’invenzione, un’illusione scaturita dalla mente di un bambino. Quando ripensava a quel pomeriggio, la ricostruzione operata dalla memoria lo portava a concludere che era stato tutto frutto di un sogno. Per quanto riguardava la perdita di Teddy, la ragione lo aveva condotto a credere di averlo smarrito per strada mentre viaggiava in bicicletta in direzione del campetto. Teddy era finito in strada ed era stato raccolto da un bambino che lo aveva portato a casa e accudito.

      Ciò nonostante ogni tanto si ripresentavano alla mente, sotto forma di ricordi, le immagini che erano comparse sopra alla sua testa. Esse sembravano contenere istantanea dopo istantanea tutta la sua esistenza. Sebbene pensasse di averle dimenticate, esse continuavano a vivere in lui. Talvolta alcuni eventi o persone che aveva intravisto in quel fatidico giorno allo specchio si ripresentavano nel suo reale come se fosse stato lui il personaggio principale della trama sottesa. Da alcuni mesi gli capitava sempre più spesso di provare delle sensazioni di dejà-vu. Si ritrovava in determinate situazioni, incontrava talune persone, visitava luoghi sconosciuti e un’intensa sensazione di già visto, di già vissuto, di già incontrato si impadroniva di lui.

     Quella mattina, uscendo di casa, si recò con un’insolita gioia a lavoro. Sapeva che qualcosa di determinante sarebbe successo. Sebbene fosse solito prendere l’auto per andare a lavoro, decise di recarsi in bicicletta e di passare per la via che era apparsa in una delle immagini che precedevano la scomparsa di Teddy attraverso lo specchio. Una volta svoltato l’angolo, uno scontro improvviso lo scaraventò a terra. Si alzò frastornato, con il ginocchio dolorante e una donna lo soccorse improvvisamente. Il viso preoccupato della donna metteva in risalto i lineamenti sottili e le guance arrossate, gli occhi sgranati lo fissavano intensamente. Di colpo cominciò a parlare animatamente.

     – Oddio! Non so come sia successo. Ho aperto la portiera e non c’era nessuno. Poi lei è sbucato da quel vicolo e… Non so come sia successo. Sta bene? Chiamo la Croce Rossa. Mi attenda qui. Prendo il cellulare e arrivo.

     – No. Sto bene. Non mi sono rotto niente. Non se ne vada, la prego, – disse l’uomo con un sorriso stampato in faccia.

     – Come dice? Ma Lei deve farsi vedere. Mi attenda qui e… – rispose la donna con aria preoccupata.

     – Stia qui con me, – disse l’uomo con voce dolce e pacata.

     La donna lo fissò imbarazzata, scossa da un tremito impercettibile. L’uomo si alzò e si sedette con la donna sul ciglio della strada. Uno scintillio dorato attraversava i loro occhi. Rimasero in silenzio ad osservare in una lunga cogitazione i fili invisibili ai quali erano stati intrecciati i loro destini. Di colpo, l’uomo si alzò e vide dall’altro lato della strada un orsacchiotto di pezza.

L’eco

Un racconto ritrovato nei diari dell’infanzia, la mia prima immersione nel mondo della fantasia. Fu quando composi questo scritto che acquisì la consapevolezza di poter ricreare la realtà a mio piacimento.

 

    “Due o tre giorni dopo che sono arrivato al paese, Mario mi invitò a salire su un poggio dove si sentiva l’eco. Avevo letto che c’era un’eco ma non ci credevo e quindi andai per fare due passi. Quando arrivammo, avevo paura. Mario mi disse di incominciare, io risposi di sì ma poi mentre stavo gridando gli dissi di incominciare lui. Subito mi rispose che ero un vigliacco, gli dissi di ridirlo. Lo disse tre volte e alla fine sentimmo con l’orecchio teso l’eco. Mario si mise a ridere e disse che con quella voce a lui il cuore batteva”.

 

Sì, lo so, non è il racconto più bello che abbiate mai letto, ma cosa potete pretendere da una bambina di otto anni!!! Ci sono molto affezionata… Per questo ho voluto condividerlo con Voi… Have a nice day!!!

 

L’incontro dell’Omega con l’Alfa

Un racconto che trae origine dall’inconscio collettivo, dal concetto degli ADESSO sviluppato dal fisico teorico inglese Julian Barbour (vedi post 1 dicembre) e da un gioco combinatorio in cui l’Io dello scrittore svanisce dissolvendosi nel processo compositivo.

Enjoy….

L’incontro dell’Omega con l’Alfa.

È proprio quando arrivi alla fine di tutto, all’Omega, che comprendi con raziocinio chi sei, cosa sei stato e cosa sarai.

La signora Mali era appoggiata al cuscino del letto e fissava con insistenza il muro giallo ocra di fronte a sé. Il dolore, che fino a un momento prima le aveva provocato intensi spasmi, si era calmato. Con la coda dell’occhio percepiva il passaggio degli infermieri: saette fulminee imprigionate tra le pieghe del tempo.

« Il muro è giallo » – pensò.

« Finché sarò in grado di riconoscere che il muro è giallo, sarò viva ».

Le avevano dato un mese di vita.

Dal momento in cui aveva appreso la terribile notizia, ogni mattina la signora Mali poneva una piccola croce sul calendario appeso al di sopra del comodino e, se a causa della malattia non riusciva ad alzarsi dal letto, chiedeva all’infermiera di farlo per lei.

Erano passati trenta giorni. Le pareva che nell’ultimo mese il tempo si fosse dilatato. La sua coscienza aveva proiettato l’illusione di un tempo infinito. Il pensiero era passato attraverso ogni istante dell’esistenza e sentiva, di tanto in tanto, di possedere la felicità, benché fosse conscia del fatto che la felicità non la si possiede, semmai è il contrario, è lei a possedere noi.

« L’inizio e la fine, la vita e la morte, sono come l’alfa e l’omega, inscindibili » – rifletté.

Deviò lo sguardo dal muro e sbatté le palpebre. Le lacrime attraversarono la pelle raggrinzita, infrangendosi sulla camicia da notte. Chinò il capo e si soffermò ad osservare minuziosamente le rughe che ricoprivano le mani. Ogni ruga tratteneva un racconto o una storia breve. Le sue mani erano libri di fiabe che iniziavano con ‘C’era una volta’ e terminavano con ‘E vissero tutti, o quasi tutti, infelici e scontenti’.

La signora Mali andò a ritroso con il pensiero, cercando di ricomporre il libro della propria vita per entrare in contatto con la parte più profonda di sé. Cominciò così un lavoro di introspezione tramite la memoria: piccola fiammella rossa sul punto di estinguersi. I ricordi remoti si avvicendavano ai più recenti.

Ripensò all’infanzia trascorsa con la zia e al desiderio che aveva provato per tutta la vita di conoscere i genitori, morti a causa di un incendio che era divampato di notte quando lei aveva solo due anni, distruggendo l’intera proprietà, i campi e il bestiame. Quando da piccola gli altri bambini le chiedevano dov’erano i suoi genitori, puntava un dito verso il cielo e diceva:

–  Lassù con Dio e gli angeli perché sono degli eroi.

A mani giunte recitò una preghiera. Le immagini del passato si susseguivano senza sosta. Rievocò il matrimonio del figlio e lo sguardo fiero rivoltole mentre era fermo all’altare in attesa della sposa. All’improvviso il pensiero della morte del marito, avvenuta tre anni prima, si insinuò nella coscienza. La signora Mali sentì un’intensa fitta al cuore. Chiuse gli occhi e continuò a pregare, cercando di scacciare il dolore inconsolabile causato dal grave lutto.

Dopo pochi minuti volse il pensiero alla recente discussione di laurea della nipote. Ricordava che aveva avuto luogo in una grande aula. Seduta tra gli altri parenti, con l’orecchio teso, aveva cercato di decifrare il significato per lei criptico delle parole della ragazza e dei professori. Sabrina le era di fronte girata di spalle, e parlando, gesticolava e muoveva la testa lentamente. Durante tutta la discussione era rimasta ipnotizzata dal movimento ondulatorio dei capelli della nipote. In uno stato di trance aveva percepito delle frasi e delle parole a proposito dell’alternanza di due personalità nell’essere umano. Il giorno successivo aveva telefonato alla nipote, chiedendole alcune spiegazioni esaustive in merito a ciò che aveva udito. Sabrina rispose che sarebbe andata a trovarla nel pomeriggio per parlargliene.

Queste furono le sue parole mentre teneva tra le mani una tazza bollente di tè:

– Vedi nonna, l’argomento della mia tesi riguarda Carl Gustav Jung, un noto psicologo e psichiatra svizzero che visse a cavallo tra Ottocento e Novecento. Egli sostiene nel Libro Rosso, o Liber Novus, che vi siano nell’uomo due differenti personalità. Una corrisponde a ciò che facciamo quotidianamente e dipende dal lavoro, dagli interessi, dagli incontri; mentre la seconda si trova in uno stato di comunione con il cosmo e la natura, ed è dedita a riflessioni solitarie di carattere religioso.

Al ricordo di quelle parole tutto le parve chiaro: negli ultimi trenta giorni aveva fatto capolino la seconda personalità. Mai come prima d’ora aveva compreso la sua equazione personale.

Tutt’a un tratto entrarono nella stanza una coppia di genitori con un bebè avvolto in una coperta, all’interno di una cesta. Indossavano degli abiti anni venti e la donna portava i capelli raccolti in una lunga treccia. Si avvicinarono al letto e le sorrisero. La signora Mali si strinse nelle spalle, rivolgendo un sorriso cordiale. La donna si sedette vicino a lei e le sfiorò i capelli con affetto. Le chiese delle sue condizioni di salute e poi la abbracciò forte. L’uomo la baciò sulla guancia, le versò dell’acqua nel bicchiere appoggiato sul comodino e glielo porse. In seguito si chinò sulla cesta, prese la piccola e gliela mise in braccio.

– Ecco il nostro piccolo diamante. Si chiama Ilde, – disse l’uomo con voce pacata.

– Ciao dolce Ilde, – disse la signora Mali, sorpresa dalla coincidenza.

Avevano lo stesso nome.

Ilde aveva gli occhi socchiusi e i capelli biondi chiari, giocherellava con le mani aprendole e chiudendole, pareva assorbire il mondo esterno attraverso i minuscoli palmi. Le mani esploravano la realtà. Erano i vettori della conoscenza.

Rimasero in quello stato di sospensione per alcuni minuti, infine l’uomo e la donna ripresero la bambina e la adagiarono nella cesta. Salutarono calorosamente la signora Mali e si diressero verso il corridoio.

Poco dopo entrò un’infermiera venuta per somministrare i medicinali alla donna.

– Ha visto quella coppia con la bambina? – chiese la signora Mali con voce roca.

– Quale coppia? – rispose l’infermiera, sgranando gli occhi.

– Poco prima che lei entrasse, una coppia di genitori con una  bambina mi ha fatto visita. Non li ha visti nel corridoio?

– Signora, non c’era nessuno nel corridoio. L’orario delle visite inizia tra due ore e non è possibile entrare prima di allora. È sicura di sentirsi bene?

Non rispose. Inarcò le sopracciglia in segno di stupore e porse la penna all’infermiera. La mano tremava convulsamente.

– Può farlo lei oggi, per favore?

L’infermiera prese la penna e segnò una croce sul calendario: era il trentunesimo giorno. Quando la giovane donna se ne andò, la signora Mali ritornò con lo sguardo a fissare il muro giallo ocra, le orecchie tese ai rumori del mondo. Non riusciva a smettere di pensare a quello strano incontro. Percepiva in esso la familiarità che aveva sempre ricercato. Chi erano quelle persone? Perché la bambina aveva il suo stesso nome? Nella sua mente iniziò poco alla volta a germogliare un’idea. Un senso di piacere e di calore dilatò il cuore della donna. Di colpo le parole le uscirono di bocca, senza nemmeno rendersene conto.

– Mamma… Papà… – disse con voce sottile.

Due universi statici ma distinti, l’alfa e l’omega, l’inizio e la fine, erano venuti a coincidere sullo stesso asse spazio-temporale ed erano divenuti Uno, raggiungendo l’eternità.

– Il muro è… – affermò fievolmente dopo aver emesso un lungo sospiro.

L’ombra di un sorriso passò sul suo viso. Chiuse gli occhi e si lasciò sprofondare nel letto.

Irene Belloni

She — The Snow

Lei era sempre stata lì, negli anfratti sinuosi del mondo, scostante e infedele. Era una forma indistinta di gemme preziose, soffici al tatto,  leggere e cadenzate.  Amava abitare nel Tutto, ricoprire la vita per brevi istanti, espandendo il suo silenzio oltre le apparenze. Odiata e temuta per la sua erranza, così potente, così fragile, un’inconsistente maschera degli inverni più arcigni. Non aveva motivo di fermarsi, poiché conosceva solo una destinazione, un porto sicuro in cui fermarsi, consapevole che quel luogo sarebbe stato l’ultimo. Ma lei sapeva che solo così poteva trovare coloro che attendeva di incontrare di anno in anno, li avrebbe riconosciuti dai loro sguardi alzati al cielo, persi ad osservarne il passaggio, abbagliati da un bianco luccicante. Non temeva una morte improvvisa, né un’assenza prolungata, poiché era conscia che ogni qual volta avesse voluto, avrebbe potuto rivivere nei ricordi di coloro che ogni anno ne attendevano il ritorno. E lei sarebbe tornata soltanto per loro, oceani sconfinati di pensieri transienti.

Irene Belloni

Così parlò Zarathustra

“Un giorno Zarathustra s’era addormentato sotto un fico, perché faceva caldo, ed aveva incrociato le braccia sul capo. Ma s’avvicinò una vipera e lo morse al collo, sicchè Zarathustra urlò dal dolore. Dopo aver tolto le braccia dal viso, guardò la serpe: allora quella riconobbe gli occhi di Zarathustra, si torse goffamente e cercò di fuggire. «No, no», disse Zarathustra, «ancora non sei stata ringraziata! Tu m’hai svegliato a tempo giusto, la mia vita è ancora lunga». «La strada che ti resta è breve», disse la vipera con tristezza; «il mio veleno uccide». Zarathustra sorrise: «Quando mai un drago è morto per il veleno d’una serpe? – disse. – Riprenditi il tuo veleno! Tu non sei abbastanza ricca per farmene dono». Allora la vipera gli si gettò nuovamente intorno al collo e gli leccò la ferita.”

Friedrich W. Nietzsche Così parlò Zarathustra