Bisogna saper oziare

“Non bisogna credere a quel proverbio che recita: “L’ozio è il padre dei vizi”. Deve averlo inventato qualche capitano d’industria allorchè i dipendenti gli chiesero, magari con il cappello in mano come usava fino alla metà del secolo scorso, una riduzione dell’orario di lavoro o condizioni più clementi. O sarà nato nella testa di quegli esseri che non hanno mai particolarmente lavorato e quindi si sono trovati a disposizione tempo per pensare frasi come quella ricordata, che sarebbero durate nel tempo. Ne propongo un’altra: “Diffidate da coloro che non riposano mai”. E’ un monito del cardinale Carlo Maria Martini, una delle autorità spirituali del nostro tempo. Anche se le sue affermazioni ricordate non entrano rigorosamente in contrasto, credo che quella di sua eminenza aiuti a comportarsi meglio. In altre parole: è bene staccare ogni tanto la spina dal turbine del lavoro. Concedersi tempo. Cercare di ritrovare un equilibrio lontano dalle alienazioni che recano i ritmi delle attività, che a volte sono disumani. Bisogna saper oziare. Non siete d’accordo? Potrete anche non fidarmi di me, ma almeno date retta a quanto scrisse quello spirito anarchico (e conservatore al tempo stesso) di Giuseppe Prezzolini ne Il centivio, lui che morì, dopo aver superato il secolo di vita, nel 1982: “Uno dei pregiudizi più ridicoli degli uomini comuni è quello del tempo perso. Nessun tempo è in realtà perso. Le ore di ozio collaborano a formare la nostra personalità come le ore di lavoro, forse meglio.”

La parola otium era fortemente radicata nella coscienza individuale e collettiva degli antichi romani e anche il più semplice dei cittadini dell’Urbe sapeva distinguerla in pratica da negotium. Erano due concetti con un valore totalmente contrapposto. I negotia erano le attività, l’otium indicava il riposo, quel tempo libero destinato alla vita privata o agli studi. Quel dedicarsi a se stessi che è indispensabile in ogni civiltà e tempo. Seneca, uno dei filosofi che meglio di ogni altro ha colto questa dimensione, ha scritto un’opera dal titolo De otio, che talune volte è stata (giustamente) tradotta come La vita ritirata. Anche se il piccolo scritto ci è giunto mutilo, contiene una preziosità sulla quale si dovrebbe riflettere. Il pensatore lo apre con un verbo raffinato, carico di riflessi e di insegnamenti: secedere. Esprime, con una felice sintesi, l’dea del saggio che si rifugia in sè e si stacca dalle folle. Leggiamo nelle prime righe: “Ammesso pure che noi non cerchiamo nent’altro che giovi alla nostra salute, sarà utile, tuttavia, di per se stesso tirarsi in disparte: soli, saremo migliori.” Non si pensi a una scelta antisociale, è un atteggiamento soprattutto della prudenza. Del resto, il filosofo greco Epicuro, che trovò a Roma non pochi estimatori, aveva invitato il saggio, – lo asserisce in un frammento pervenutici – a non prendere parte alla vita dello Stato, “a meno che non intervenga qualche novità straordinaria.” Seneca quasi puntualizza il consiglio per il salutare distacco: “Se lo Stato è troppo corrotto perchè lo si possa soccorrere, se è nelle mani dei malvagi, il saggio non si adopererà invano nè si sacrificherà senza poter essere minimamente utile.” Conviene ripeterlo: secedere. Ritrovarsi. Staccarsi. Volersi bene ogni tanto. ”

Armando Torno Elogio dell’egoismo

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