La modernità

In The Structure of Scientific Revolution Thomas S. Kuhn sostiene che gli scienziati tendono a operare all’interno di un consenso di ricerca, chiamato paradigma, ovvero una struttura possibilitante che organizza insieme sperimentazione e teoria fino al momento in cui un’anomalia mette in crisi il sistema. Se ipotizziamo che la critica umanistica, come la ricerca scientifica, dipenda da modelli epistemologici che definiscono il sapere, dovremmo essere in grado di rispondere alla seguente domanda: qual è stata l’anomalia che ha provocato verso la metà del secolo scorso il cambiamento di paradigma, inteso come uno spostamento archeologico nei presupposti del nostro modo di vedere e pensare?

Per rispondere a tale domanda è necessario stabilire innanzitutto qual è stato l’elemento che ha provocato la nascita della modernità. La genesi della modernità nella società occidentale, avvenuta nel Rinascimento, è dovuta a una scoperta che porta “a un nuovo senso dello spazio, della spazialità e dell’essere-nello-spazio: il sorgere della prospettiva nel disegno, nelle incisioni su legno e nella pittura”[1]. Si è assistito ad una trasformazione percettiva del mondo dovuto, da una parte, alla nuova concezione rinascimentale della vita come esistenza pienamente incentrata sull’individuo; dall’altra, all’orientamento innovativo del rapporto che sussiste tra l’occhio e il mondo, grazie al riconoscimento della prospettiva che spazializza il mondo.

L’uomo moderno inizia a concepire ogni cosa in termini di spazio, tendendo a dividere il mondo in soggetto osservante e oggetto materiale e alieno. Si nomina monarca assoluto del mondo, appropriandosi della superficie della terra in un modo completamente differente, reso possibile “dalla coscienza mensurabile-spaziale e dal senso di accentrato egoismo”[2]. L’importanza del sacro e l’atteggiamento mitico dell’uomo come parte del tutto lasciano il posto “al progetto dell’uomo secolare che controlla il mondo per via della ragione”[3].

Il primo filosofo a sviluppare un concetto chiaro del termine fu Hegel che incominciò nel 1800 ad utilizzare il termine modern age per indicare i tre secoli precedenti contrassegnati dalla scoperta del nuovo mondo, dalla Riforma protestante e dal Rinascimento, definiti come i “monumental events”[4] che costituirono “the epocal threshold between modern times and the middle ages”[5]. Il concetto cominciò poi a circolare in Europa soprattutto in ambito artistico. Per esempio, nel saggio Le peintre de la vie moderne Baudelaire adotta il termine modernitè per indicare la responsabilità dell’artista moderno di rappresentare l’esperienza della vita all’interno della metropoli attraverso forme originali e suggestive, e ne definisce alcuni dei suoi tratti caratteristici quali la transitorietà, la caducità e la contingenza.

Il pensiero modernista, iniziato nel Rinascimento, prosegue con l’Illuminismo e termina con l’inizio del XX secolo, riconoscendo notevole importanza a vari ideali: il progresso, l’obiettività e la razionalità. L’entusiasmo prodotto dalle continue scoperte, le rivoluzioni scientifiche e sociali e l’evoluzione metodologica conducono l’uomo a considerare in modo evidente le possibilità di miglioramento in ogni ambito della vita e del sapere. La fiducia estrema nella ragione forte e fondazionista e la tendenza a credere in legittimazioni assolute della conoscenza instillano nell’uomo la vocazione alla razionalità del dominio e del controllo, che hanno come conseguenze il colonialismo e l’alienazione.

L’anomalia che mette in crisi il sistema modernista non è causata da una scoperta, ma da una nuova consapevolezza che determina la condizione postmoderna dell’uomo. Come sostiene il filosofo francese Jean-François Lyotard, celebre nell’ambiente filosofico mondiale, la presa di coscienza nel postmoderno dell’impossibilità di dare un senso unico al mondo e alla realtà, partendo da principi metafisici, religiosi e ideologici, provoca il manifestarsi della diversità dei sensi. Ne deriva la consapevolezza dell’idea che nulla può poggiare stabilmente su un senso definitivo, comportando l’abbandono e la caduta delle visioni totalizzanti, delle metanarrazioni e delle legittimazioni forti e assolute. Questa “condizione del sapere nelle società più sviluppate”[6] provoca una sfiducia nei macrosaperi onnicomprensivi e legittimanti, quali la narrazione scientifica, l’illuminismo, l’idealismo, il capitalismo, il marxismo e il cristianesimo. La grande narrazione, come sostiene Lyotard, “perde credibilità, indipendentemente dalle modalità di unificazione che le vengono attribuite”[7]. Ne consegue un “declino della potenza unificatrice e legittimante delle grandi narrazioni speculative e emancipative”[8]. Un risveglio filosofico-esistenziale ha scosso così la società occidentale a partire dagli anni Sessanta, stravolgendo i valori portanti della modernità che, di colpo, sono stati decostruiti, frammentati e demistificati.  Qual è la nostra posizione in un’era segnata inesorabilmente dal passaggio dal paradigma dell’unità al paradigma della molteplicità? Ne consegue forse una consapevolezza delle pluralità dei significati e delle verità?

“La verità è un fattore contingente, è individuale. Ognuno deve ricercare la Sua Verità nella molteplicità”


[1] Palmer E. Richard, “Verso un’ermeneutica postmoderna della performance”, in Carravetta Paolo e Spedicato Paolo, Postmoderno e Letteratura, Milano, Bompiani, 1984, p.262.

[2] Ivi, p.264.

[3] Ibidem.

[4] Habermas Jürgen, The Philosophical Discourse of Modernity, USA, The MIT Press, 1990, p.5 [“eventi monumentali”].

[5] Ibidem [“la soglia epocale tra il periodo moderno e il medioevo”].

[6] Lyotard Jean François, La condizione postmoderna, Milano, Feltrinelli, 1981, p. 5.

[7] Ivi, p.69.

[8] Ibidem.

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